Modena, ossessione cellulare, indagine di Cazzullo nel mondo giovanile
Il giornalista e scrittore ospite al Forum Eventi salirà sul palco insieme a Dario Vergassola insieme al suo ultimo libro
MODENA. Oggi alle 17.30 al Bper Forum Monzani il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo salirà sul palco, insieme a Dario Vergassola, per presentare il suo ultimo libro “Metti via quel cellulare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione”. Un libro concepito e scritto a sei mani, con la partecipazione dei figli Rossana e Francesco per mettere a confronto due generazioni sul rapporto, non solo con il cellulare ma anche con la rete e i social network. Un testo di confronto ma anche di invito, da parte di Cazzullo, a non perdersi le bellezze della vita, il teatro, il cinema e un buon libro e soprattutto a non confondere la vita virtuale con quella reale.
Qual è il rapporto dei ragazzi con il cellulare?
«Possiamo dire che il cellulare non è telefono perché i ragazzi non rispondono mai. Il cellulare è un trampolino da cui ci si butta nella rete e la rete sta cambiando tutto, dai rapporti in famiglia a quelli con le persone, la cultura, la politica. Nel libro inizio a dialogare partendo proprio dalle cene in famiglia che sono sempre guerre perse in partenza con il cellulare e le vacanze non sono più vacanze e da lì continua il dialogo fino ad arrivare al bullismo in rete, la crisi della politica, la distruzione della cultura, il mondo che verrà e man mano che andiamo avanti con la discussione a volte io do ragione a loro e altre volte loro la danno a me».
Ad un certo punto i suoi figli le dicono “Non è vero che il cellulare ci isola dal mondo, ce lo crea”. Cosa ne pensa?
«Il cellulare è un pezzo di noi, la nostra scatola oscura, sa tutto di noi. I ragazzi poi raccontano anche gli aspetti positivi dei social, dalle rivolte contro le dittature, ragazzi fragili che magari non si sentono accettati dai loro coetanei e sui social scoprono di non essere soli, che ce ne sono tanti nella stessa situazione. Però mi fa impressione notare come si portino questo mondo anche fuori da casa, sempre con lo sguardo rivolto verso lo schermo e le cuffie alle orecchie. Così si esclude la possibilità di notare qualcosa o qualcuno, infatti io lancio poi la proposta, quella di tenersi almeno un orecchio libero per ascoltare il rumore della città, il suono della vita, quella vera, non virtuale. Sovrapporre la vita virtuale a quella vera è molto pericoloso. Oggi i ragazzi affidano ai social, a YouTube, le loro confessioni più intime, pensando che dall'altra parte ci siano degli amici ma “amico” è una parola equivoca, la rete non è buona. Certo, i miei figli a questo punto mi dicono che la rete non è né buona né cattiva ma sono proprio loro che la rendono buona o cattiva e renderla umana sarà la sfida della loro generazione».
Nel libro si parla anche della rivoluzione digitale e di alcuni personaggi come il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg. Come si dovrebbero comportare, secondo lei, questi capi della rivoluzione digitale?
«Intanto spendere una parte dei loro proventi per impedire che attraverso i loro motori di ricerca o i loro social network vengano offese le persone e poi pagare le tasse nei paesi in cui producono utili. Inoltre la rivoluzione digitale è la prima nella storia dell'umanità in cui i padroni sono considerati i buoni. In quella industriale i padroni erano i cattivi, gli sfruttatori. Oggi noi baciamo le mani a questi miliardari californiani che usano il nostro lavoro, non ci pagano, vanno in cerca di pubblicità e in molti casi pagano malvolentieri le tasse in Italia. I ragazzi mi dicono che WhatsApp è gratis, la musica è gratis e io ribatto che nulla è veramente gratis, c'è sempre un prodotto che viene comprato e venduto e quel prodotto, quella merce, siamo noi».
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