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«Per i ricercatori è notte fonda»

di Stefano Luppi
«Per i ricercatori è notte fonda»

In Ateneo continua la polemica sulla gestione dei dottorati. Abbiamo raccolto due testimonianze

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Continua all’interno dell’Università la polemica tra chi apprezza la strada tracciata dal rettore Angelo Andrisano, in direzione di un contatto stretto tra Unimore e imprese, e chi invece “invita” a tenere conto che un ateneo è anche altro.

A rinfocolare le discussioni da qualche settimana c’è anche il ruolo dei ricercatori, i problemi dei ragazzi che tentano di accedere ai primi incarichi accademici senza avere le spalle “coperte”. Nei giorni scorsi, su Facebook, uno dei docenti più noti dell’ateneo, il professore di diritto Elio Tavilla, ricordava come ricadano sui giovani studiosi stipendi da fame e lavoro non remunerato in sostituzione dei docenti.

Sul tema in redazione sono giunge le lettere di due ricercatori - fino alla scorsa primavera - che fanno il punto su quello che a loro dire non funziona nell’attuale gestione. «Non voglio fare polemica né sterile lamentazione - spiega Anna Pattuzzi, oggi prof in un liceo cittadino - ma vorrei invece che la “crisi” aperta con la cerimonia per i dottorandi diventasse un’opportunità di confronto per il mondo della ricerca del nostro ateneo. Il discorso del rettore è riuscito, con perizia scientifica, a non toccare il nostro presente, anche quello più vivo e bruciante dei fatti dell’Università di Firenze (che hanno visto l’interdizione per un anno anche della docente di Giurisprudenza di Modena Maria Cecilia Fregni, ndr.). Un silenzio incomprensibile, per l’occasione che era e per la platea di giovani studiosi convenuti. Un discorso fuori dal tempo, che celebrava gli sforzi profusi dai dottorandi e l'importanza della ricerca, ignorando le criticità tra le quali mi preme sottolineare soprattutto le difficoltà di accesso alla carriera accademica e l’esiguità delle borse di studio».

La professoressa Pattuzzi non vede di buon occhio l’attenzione solo alla ricerca “pratica”: «Un discorso - continua - quasi esclusivamente appiattito sulle scienze “dure”, sul valore della ricerca per il tessuto produttivo, le imprese e lo sviluppo. “Disattento” al ruolo pubblico della ricerca “non-per-il-profitto”, ma per il tessuto sociale, per la comunità, per la crescita civica ed etica del Paese. Il regno della tecnica che in questo genere di interventi viene dipinto non può e non potrà camminare se non assieme a quello dell’etica: la ricerca pubblica è anche quella, ad esempio, che si interroga sulla necessità, l’opportunità, la moralità dello “sviluppo” che produce una visione dell'uomo e del mondo. Ricerca umanistica, insomma. A mio parere un rettore, per quanto proveniente dal settore scientifico, non può ignorarlo nella sua narrazione celebrativa e nella sua azione politica». E nei corridoi di Unimore aumenta la schiera di chi non vede di buon occhio il ruolo di “asso pigliatutto” dei fondi da parte di Ingegneria, come il direttore di Economia Giovanni Solinas ha ricordato nella scorsa primavera. Sul tema interviene anche Gabriele Gasperi, dottore di ricerca in fisica e nanoscienze fino alla scorso primavera e oggi operativo presso un’azienda di Milano. «Il 29 settembre scorso - spiega Gasperi - arrivato a Palazzo Dossetti a Reggio Emilia per la Notte dei ricercatori, incontro alcuni miei ex-colleghi dottorandi. Ci consegnano toghe e tocchi. Gli ospiti intervengono con le solite frasi di circostanza, lontane dalla reale esperienza di noi dottorandi. Poi la proclamazione: una straziante lettura dell’elenco dei nostri 116 nomi. E niente consegna degli attestati, quelli ce li daranno in privato quando restituiremo toga e cappello che abbiamo dovuto sfoggiare al momento del “lancio dei tocchi” davanti ai fotografi. Una cerimonia “finta” che sintetizza l’assurdità della vita del dottorando e che è servita solo ad accrescere la mia frustrazione e a convincermi che lasciare il mondo accademico sia stata la scelta migliore. Non è stata una decisione facile, ho incontrato persone fantastiche, però quando si sceglie il dottorato lo si fa perché si spera di poter continuare a far ricerca. E invece? Invece in Italia, escludendo le iniziative personali di alcuni prof, le università forniscono il titolo e poi se ne lavano le mani. Insomma, il dottorando non ha prospettive e non ha diritti. Non viene ripagato del lavoro svolto: può trovarsi a fare orari assurdi, a lavorare a casa e a fare l’esercitatore per corsi universitari, senza che questo gli venga riconosciuto in alcun modo. Per tre anni vive con una misera borsa di studio e la discussione finale della tesi avviene due mesi dopo la fine del contratto, due mesi senza alcuna retribuzione. E poi: qual è il futuro di quei pochi che riescono a restare nel mondo accademico? Anni e anni di precariato con contratti di 6 o 12 mesi senza alcuna garanzia per il domani. Chi può mai scegliere consapevolmente una vita senza prospettive di stabilizzazione?»

Il rettore nei giorni scorsi, replicando a Tavilla, parlava di «dichiarazioni di contenuto offensivo non solo nei confronti dell’Istituzione Accademica, ma anche verso i giovani partecipanti. La migliore smentita alle sue affermazioni viene dalla partecipazione alla serata di premiazione di oltre 70 neo dottori di ricerca sui 116 che hanno concluso nei mesi scorsi il loro percorso triennale di dottorato. E quanti erano assenti hanno espresso per scritto il loro rammarico e giustificato la propria mancata partecipazione per gli impegni di lavoro».

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