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Davide Bussolari, lo 007 modenese dell’arte «Vi svelo i segreti dei capolavori»

di Stefano Luppi
Davide Bussolari, lo 007 modenese dell’arte «Vi svelo i segreti dei capolavori»

Raggi X e infrarossi su quadri e sculture «Mi presentano spesso dei Caravaggio...» 

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MODENA. Chi ha dolori a qualche parte del corpo va dal medico che nove volte su dieci ordina un esame. Un'opera d'arte - un dipinto, un disegno, una scultura - manifesta i suoi acciacchi visivamente, ma proprio come per le persone ci possono essere danni nascosti. Anche in questo caso, dunque, servono esami per capire come curarli. Chi fa l'esame agli oggetti d'arte si chiama anch'esso diagnostico, proprio come nella medicina che cura l’uomo, ce ne sono pochissimi in italia e uno dei più noti vive a Campogalliano.

Si chiama Davide Bussolari, ha 48 anni, fa anche il docente all'Accademia d'arte di Bologna, fa workshop in varie università ma soprattutto gira su e giù per l'italia con i suoi macchinari. Macchine all'avanguardia che, appunto, servono a fotografare all'ultravioletto, agli infrarossi, ai raggi X le opere di privati e musei.

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Bussolari dunque con il suo lavoro allarga lo spettro delle informazioni per comprendere opera d'arte antiche e moderne - dall'antico Egitto agli anni ’60 di Piero Manzoni passando per Tiziano, Caravaggio, Modigliani e chissà quanti altri come racconta lui stesso.

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Partiamo dall’inizio Bussolari: qual è il suo lavoro?

«Io sono una sorta di agente 007, attraverso la diagnostica, proprio come avviene in medicina. Faccio delle riprese, con metodologie tecniche d’avanguardia, su lunghezze d’onda diverse da quelle che si vedono a occhio nudo. Si usano macchine che “vedono” le opere in modo diverso da noi e in questo modo reperiamo informazioni che ci fanno capire la struttura intima delle opere. Capiamo come sono eseguite: i materiali impiegati, i procedimenti tecnici di realizzazione».

Il suo lavoro da chi viene visionato?

«I fruitori principali delle mie riprese sono gli storici e i restauratori. I primi utilizzano le informazioni per analisi, schede, studi, cataloghi. I loro expertise possono essere più completi e si può evitare di incorrere in errori macroscopici che si sono già visti in passato in ambito artistico».

Come utilizzano invece i suoi materiali i restauratori?

«All’interno di un’opera è fondamentale conoscere le parti originali da quelle restaurate o rifatte. Molte opere sono restaurate perché spesso hanno sofferto: nella composizione, ad esempio, ci sono parti mancanti, cadute di colore o altro. I restauratori hanno la responsabilità di conservare i manufatti nel modo più corretto. Preparo una sorta di scheda medica».

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In che senso?

«Lei si fiderebbe di un chirurgo che opera, aprendo una pancia, senza fare un esame? Che dice: operiamo e vediamo e al limite richiudiamo… Nel restauro per secoli si è lavorato così, senza troppe sicurezze. Ora ci sono appunto tecniche che evitano danni, progetti efficaci, un preventivo economicamente più coerente. Il tutto per un restauro più efficace».

Con il suo lavoro è anche più facile smascherare i falsari?

«Indubbiamente. Pensi che con le mie indagini diagnostiche vedo disegni preparatori sotto la pittura, una cosa che i falsari antichi ovviamente non potevano prevedere. Da lì si può comprendere il vero stile di un artista, la tavolozza impiegata, la chimica dei materiali. Per quanto riguarda i colori è relativamente semplice: se mi sottopongono un’opera del ‘500 e scopro che quel dato colore si inizia a usare nell’800 c’è un evidente problema…».

Lei come ha iniziato a fare questa professione particolare?

«A farla a livello specializzato in Italia siamo pochi, ma nulla toglie che alcuni restauratori si facciano bene le loro diagnosi in casa. Ovviamente dipende dal livello: tutti possono vedere un osso rotto in una radiografia, mentre è più complicato comprendere un cuore o un polmone, per tornare al paragone medico. Io sono comunque un perito meccanico innamorato da sempre della tecnologia. Agli inizi ho lavorato come disegnatore meccanico, ma avevo l’hobby dell’arte. Negli anni ’90 mi sono iscritto a lingue e letterature straniere e iniziai andando, con mio suocero, che aveva un quadro da fare valutare, da Rosato Fabbri a Bologna».

Chi era?

«Un professore, il vero capostipite della nostra professione. Iniziai come suo assistente e poi ne ereditai il laboratorio: oggi ho mantenuto il nome di Diagnostica Fabbri».

Esattamente le sue immagini cosa riproducono?

«Faccio riprese radiografiche, riflettografiche, a infrarossi, all’ultravioletto, ai raggi X oltre ad analisi chimiche con prelevamento o meno di campioni. Poi al computer elaboro le immagini come un normale fotografo. Mi astengo però da giudizi estetici che non mi competono. In questo modo però credo di poter individuare l’anima di un quadro, un disegno, una scultura».

Si sarà occupato di grandi artisti.

«Sì, di recente ad esempio un monocromo di Piero Manzoni di metà ‘900 e dopo prima ho contribuito a una mostra sulla natura morta a Roma facendo indagini a Milano, Forlì e nella capitale. Ho lavorato su Pollock e Modigliani alla Guggenheim di Venezia e da poco alle Storie di Sant’Orsola di Carpaccio sempre a Venezia. In passato anche su Tiziano e su opere ritenute in alcuni casi di Caravaggio».
 

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