Fallita la prima fabbrica aperta a San Felice
Addio Smaltiflex: fondata nel ’63, ora faceva filtri per centrali. Venti a casa, c’era lavoro per 3,5 milioni
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SAN FELICE. Nuova drammatica tegola sull’economia e sulla storia di San Felice. A seguito dell’istanza di un creditore da 55mila euro, poi cresciuti a circa 240mila, e di una crisi di liquidità provocata dalla rottura del “feeling” con le banche scaturita da un decreto ingiuntivo, si spezza la vita di uno degli stabilimenti storici del polo industriale di San Felice. Il primo ad essere costituito nel dopoguerra, nel 1963. Il tribunale di Modena ha infatti dichiarato fallita la Smaltiflex Energia, newco sorta in stretta continuità allo storica impresa che ha percorso un po’ tutta l’avventura manifatturiera italiana. Passando dalla lavorazione dei metalli alla smalteria e infine alla realizzazione di filtri per abbattere le emissioni delle grandi centrali a idrocarburi di tutto il mondo. L’udienza dei creditori in Tribunale è fissata a gennaio, mentre il fallimento risale al 20 settembre. Intanto restano per strada una ventina di dipendenti, quelli che erano traghettati nella rinnovata avventura imprenditoriale di Smaltiflex. Operazione che ha creato un mercato internazionale importante, con affari e prospettive in ogni parte del mondo, tanto che l’azienda aveva “in pancia” ordini e per oltre 3,5 milioni di euro. E si disperde un know how che era cresciuto, al punto da smuovere l’interesse di compagnie energetiche internazionali pronte ad acquisirlo. Fine dei sogni. Fine dell’avventura per l’imprenditore Alberto Chelli la cui famiglia fondò Smaltiflex, dal nulla delle campagne di San Felice.
Chelli aveva ceduto l’attività nel 2010, quando un magnate siriano aveva individuato in Smaltiflex un punto strategico delle sue mire industriali nel mondo. La crisi e la guerra in Medio Oriente hanno impedito che l’operazione si completasse e, per non veder fallire la azienda di famiglia, Chelli all’età di 70 anni l’ha ripresa in mano, forse convinto di poterla salvare e traghettare al gruppo Cpl. Era dicembre 2102, dopo il sisma. Un impegno che si è scontrato con le difficoltà della globalizzazione. Chelli è rimasto solo, l’azienda storica è andata in concordato e, dopo l’approvazione del 99% dei creditori, è ripartita come Smaltflex Energia. Al concordato sono stati versati 2 milioni di euro, ma c’era un anche ritardo di 700mila. Ne è derivato un decreto ingiuntivo del liquidatore, che ha spinto le banche a paralizzare la liquidità alla Smaltiflex Energia. E dalla mancanza di liquidità all’istanza di fallimento (per i 50mila euro e oltre), il passo è stato breve. Così oggi, come sempre accade, sarà un tutti contro tutti. Da una parte le ragioni dei dipendenti, che nei mesi scorsi avevano ripetutamente manifestato davanti all’azienda, per chiedere il rispetto di ogni spettanza. Dall’altra quelle degli istituti bancari e dei creditori, convinti di avere atteso fin troppo che quel sogno internazionale decollasse. Dall’altra ancora le ragioni di una impresa, e di un imprenditore che alla Smaltiflex ha dato di fatto la vita. Sullo sfondo, come spesso accade purtroppo, molte zone d’ombra. Come la ancora una volta burocratica decisione della Regione, che ha negato il contributo di sistemazione post sisma alla Smaltiflex, tanto alla vecchia Smaltiflex quanto alla newco, per ragioni opposte e inconciliabili, per quando validate dal Tar. Dall’altra il timore che sulla storica e appetibile area di via dell’Industria, dove insistono i capannoni fantasma (ormai da anni) della Rilus e quello della Sideros, si stiano concentrando occulte e danarose manovre speculative del “nuovo” che avanza.
Chelli aveva ceduto l’attività nel 2010, quando un magnate siriano aveva individuato in Smaltiflex un punto strategico delle sue mire industriali nel mondo. La crisi e la guerra in Medio Oriente hanno impedito che l’operazione si completasse e, per non veder fallire la azienda di famiglia, Chelli all’età di 70 anni l’ha ripresa in mano, forse convinto di poterla salvare e traghettare al gruppo Cpl. Era dicembre 2102, dopo il sisma. Un impegno che si è scontrato con le difficoltà della globalizzazione. Chelli è rimasto solo, l’azienda storica è andata in concordato e, dopo l’approvazione del 99% dei creditori, è ripartita come Smaltflex Energia. Al concordato sono stati versati 2 milioni di euro, ma c’era un anche ritardo di 700mila. Ne è derivato un decreto ingiuntivo del liquidatore, che ha spinto le banche a paralizzare la liquidità alla Smaltiflex Energia. E dalla mancanza di liquidità all’istanza di fallimento (per i 50mila euro e oltre), il passo è stato breve. Così oggi, come sempre accade, sarà un tutti contro tutti. Da una parte le ragioni dei dipendenti, che nei mesi scorsi avevano ripetutamente manifestato davanti all’azienda, per chiedere il rispetto di ogni spettanza. Dall’altra quelle degli istituti bancari e dei creditori, convinti di avere atteso fin troppo che quel sogno internazionale decollasse. Dall’altra ancora le ragioni di una impresa, e di un imprenditore che alla Smaltiflex ha dato di fatto la vita. Sullo sfondo, come spesso accade purtroppo, molte zone d’ombra. Come la ancora una volta burocratica decisione della Regione, che ha negato il contributo di sistemazione post sisma alla Smaltiflex, tanto alla vecchia Smaltiflex quanto alla newco, per ragioni opposte e inconciliabili, per quando validate dal Tar. Dall’altra il timore che sulla storica e appetibile area di via dell’Industria, dove insistono i capannoni fantasma (ormai da anni) della Rilus e quello della Sideros, si stiano concentrando occulte e danarose manovre speculative del “nuovo” che avanza.
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