In viaggio sul “Kamyon” attraverso l'Europa
di Ornella Giua
Il regista belga Michael De Cock debutta a Modena con il suo nuovo lavoro Le speranze di chi emigra viste dalla prospettiva delle donne e dei bambini
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È su un camion che si riunisce l’umanità rappresentata dal regista belga Michael De Cock, che debutterà stasera con “Kamion” allo Storchi (ore 17 con replica alle 20 e domani ore 16.30 e 20). Il teatro si trasformerà in un rimorchio, dentro cui spettatori e attrice protagonista condivideranno lo stesso destino: quello di profughi in cerca di un futuro migliore. Così l'autore ci presenta il lavoro.
Di cosa parla “Kamyon”?
«Si tratta del punto di vista di una giovane ragazza che con sua madre parte verso l'Europa su un camion alla ricerca di un nuovo futuro. Ho deciso di usare la prospettiva delle donne e dei bambini, perché sono spesso dimenticati. Così ho costruito la storia leggendo molti libri per bambini e basandomi su testimonianze dirette che ho raccolto. Non è il punto di vista del potere ma della “possibilità creativa”: scegliendo di partire, chi emigra “crea” una soluzione ai suoi problemi. Inoltre, la bambina in questione è piccola e noi abbiamo una grande responsabilità nei suoi confronti, per questo il pubblico si posiziona dentro il rimorchio per viaggiare con lei».
Come ha lavorato con gli attori?
«Per me “Kamyon” è uno “stato mentale” che attraversa l'Europa e l’attrice viene scelta in base al luogo dell'esibizione. Siamo partiti da Istanbul per poi andare in Francia, in Inghilterra, Ungheria e molti altri paesi. In Italia abbiamo lavorato con Alice Spisa, un'attrice talentuosa. L’Italia ha inoltre un ruolo importante poiché è meta di tante persone che emigrano ed è qui che infatti ho raccolto numerose testimonianze».
Come si sta affrontando la questione migratoria in Europa?
«Penso che il “Regolamento Dublino” non costituisca una risposta adeguata e spesso paesi come l'Italia si trovano da soli a dover accogliere. Si dovrebbe arrivare a una linea condivisa da tutti i paesi e invece si spendono tanti soldi per costruire frontiere mentre la gente continua a morire in mare. Credo che il potere dell’arte sia quello di costruire relazioni di empatia, che è il motore dell’azione individuale. Questo è un periodo di crisi e un artista ha il dovere di prendere posizione: le persone spesso piangono per la storia di Bambi o per “Romeo e Giulietta” ma non per le vicende dei rifugiati. L’arte deve rappresentare storie reali per rendere tutti compartecipi delle questioni umane».
Di cosa parla “Kamyon”?
«Si tratta del punto di vista di una giovane ragazza che con sua madre parte verso l'Europa su un camion alla ricerca di un nuovo futuro. Ho deciso di usare la prospettiva delle donne e dei bambini, perché sono spesso dimenticati. Così ho costruito la storia leggendo molti libri per bambini e basandomi su testimonianze dirette che ho raccolto. Non è il punto di vista del potere ma della “possibilità creativa”: scegliendo di partire, chi emigra “crea” una soluzione ai suoi problemi. Inoltre, la bambina in questione è piccola e noi abbiamo una grande responsabilità nei suoi confronti, per questo il pubblico si posiziona dentro il rimorchio per viaggiare con lei».
Come ha lavorato con gli attori?
«Per me “Kamyon” è uno “stato mentale” che attraversa l'Europa e l’attrice viene scelta in base al luogo dell'esibizione. Siamo partiti da Istanbul per poi andare in Francia, in Inghilterra, Ungheria e molti altri paesi. In Italia abbiamo lavorato con Alice Spisa, un'attrice talentuosa. L’Italia ha inoltre un ruolo importante poiché è meta di tante persone che emigrano ed è qui che infatti ho raccolto numerose testimonianze».
Come si sta affrontando la questione migratoria in Europa?
«Penso che il “Regolamento Dublino” non costituisca una risposta adeguata e spesso paesi come l'Italia si trovano da soli a dover accogliere. Si dovrebbe arrivare a una linea condivisa da tutti i paesi e invece si spendono tanti soldi per costruire frontiere mentre la gente continua a morire in mare. Credo che il potere dell’arte sia quello di costruire relazioni di empatia, che è il motore dell’azione individuale. Questo è un periodo di crisi e un artista ha il dovere di prendere posizione: le persone spesso piangono per la storia di Bambi o per “Romeo e Giulietta” ma non per le vicende dei rifugiati. L’arte deve rappresentare storie reali per rendere tutti compartecipi delle questioni umane».
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