Fana: «Così sta dilagando lo sfruttamento»
di Eleonora Degoli
L’economista ha presentato il suo studio innovativo sulla disgregazione del lavoro e dei suoi diritti
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Si può definire lavoro un’attività che paga 3 euro all’ora? E quella che al posto dei soldi ricambia con la promessa di un lavoro stipendiato in futuro? Per Marta Fana, economista all’istituto parigino di studi politici Sciences Po, la risposta è no. Non è lavoro. È sfruttamento.
Questo è anche il titolo del suo libro, presentato ieri alla biblioteca Ubik di Modena. Edito da Laterza, “Non è lavoro, è sfruttamento” è un libro che indaga le condizioni di lavoro nell’Italia di oggi. Condizioni precarie interessano più di sei milioni di persone, senza considerare gli stage non retribuiti che coinvolgono gli studenti e contro cui l’economista punta il dito. Il prologo del testo mette in guardia: “Di precariato si muore”. A dialogare con Fana, per capire il problema e il come affrontarlo, c’erano Enrico Grazioli, direttore della Gazzetta di Modena, e Vincenzo Scalfari, attore e scrittore.
«Il libro di Marta è dichiaratamente rivoluzionario. Tra queste pagine torna il termine "di classe", che si era perso, era sparito» ha affermato Grazioli. Un punto chiave dell’idea di Fana è proprio quello di riscoprire la prospettiva collettiva del lavoro. «Negli ultimi 35-40 anni, c’è stata una frantumazione della classe del lavoratore, - ha affermato l’economista - frutto della ristrutturazione del capitalismo entrato in crisi negli anni Ottanta. C’è stata un’atomizzazione in cui anche fisicamente i lavoratori sono stati divisi e sfruttati in molti cicli. Una delocalizzazione che ha spostato in luoghi dal minor potenziale conflittuale i lavoratori. Sono stati divisi con l’obiettivo di creare una classe di subalterni». Non esiste più una coscienza di classe perché nella solitudine di ogni precario non si sente più la solidarietà data dallo spazio condiviso sul lavoro. Un altro problema? La conoscenza dei diritti. Secondo Fana: «Molti si avvicinano al mondo del lavoro senza conoscere i propri diritti. Spesso non si hanno e la legge istituzionalizza questa condizione. Il punto è che al lavoratore ormai sembra normale». Una situazione frutto di scelte politiche sbagliate anche da parte della Sinistra che ha reso il lavoratore più ricattabile, secondo Fana. «Qual è il ruolo del sindacato?» Ha domandato Grazioli. «Servirebbe molto di più, - è la risposta dell’economista - un sindacato di strada, vicino ai lavoratori, pronto a svolgere quel lavoro di alfabetizzazione per chi non conosce i propri diritti. Il sindacato inoltre non dovrebbe fermarsi solo a un solo settore, ma avere un orizzonte più ampio». Due, secondo la scrittrice, i punti focali del cambiamento: «Riappropriarci di una visione collettiva smontando la narrazione che vuole l’occultamento delle classi e capire chi è il vero nemico, per evitare una sterile lotta tra poveri». Propone anche alcune manovre pratiche: «La riduzione degli orari di lavoro a 35 ore. Riassorbire parte della disoccupazione lavorando un po' meno. In Italia il lavoratore lavora mediamente di più. Poi servono più aiuti di Stato. Il debito non è un tabù. Il deficit va sfondato. Francia e Germania sono anni che sfondano i parametri di Maastricht. È un conflitto europeo, perché loro possono farlo e noi no?».
Il testo menziona i Millenials, che si affacciano al lavoro “cresciuti a pane e promesse”, ma il problema, per Fana, non è soltanto loro: è diffuso tra tutte le generazioni. La soluzione per l’economista è unica: «Si parla dei nostri problemi come se fossero solo personali, senza vedere che sono collettivi. C’è bisogno di confronto e di organizzazione, che è il punto di svolta. Non rivendichiamo nulla perché pensiamo di non poterci fare nulla, ma i focolai di scioperi e rivendicazioni possono essere riattivati».
Questo è anche il titolo del suo libro, presentato ieri alla biblioteca Ubik di Modena. Edito da Laterza, “Non è lavoro, è sfruttamento” è un libro che indaga le condizioni di lavoro nell’Italia di oggi. Condizioni precarie interessano più di sei milioni di persone, senza considerare gli stage non retribuiti che coinvolgono gli studenti e contro cui l’economista punta il dito. Il prologo del testo mette in guardia: “Di precariato si muore”. A dialogare con Fana, per capire il problema e il come affrontarlo, c’erano Enrico Grazioli, direttore della Gazzetta di Modena, e Vincenzo Scalfari, attore e scrittore.
«Il libro di Marta è dichiaratamente rivoluzionario. Tra queste pagine torna il termine "di classe", che si era perso, era sparito» ha affermato Grazioli. Un punto chiave dell’idea di Fana è proprio quello di riscoprire la prospettiva collettiva del lavoro. «Negli ultimi 35-40 anni, c’è stata una frantumazione della classe del lavoratore, - ha affermato l’economista - frutto della ristrutturazione del capitalismo entrato in crisi negli anni Ottanta. C’è stata un’atomizzazione in cui anche fisicamente i lavoratori sono stati divisi e sfruttati in molti cicli. Una delocalizzazione che ha spostato in luoghi dal minor potenziale conflittuale i lavoratori. Sono stati divisi con l’obiettivo di creare una classe di subalterni». Non esiste più una coscienza di classe perché nella solitudine di ogni precario non si sente più la solidarietà data dallo spazio condiviso sul lavoro. Un altro problema? La conoscenza dei diritti. Secondo Fana: «Molti si avvicinano al mondo del lavoro senza conoscere i propri diritti. Spesso non si hanno e la legge istituzionalizza questa condizione. Il punto è che al lavoratore ormai sembra normale». Una situazione frutto di scelte politiche sbagliate anche da parte della Sinistra che ha reso il lavoratore più ricattabile, secondo Fana. «Qual è il ruolo del sindacato?» Ha domandato Grazioli. «Servirebbe molto di più, - è la risposta dell’economista - un sindacato di strada, vicino ai lavoratori, pronto a svolgere quel lavoro di alfabetizzazione per chi non conosce i propri diritti. Il sindacato inoltre non dovrebbe fermarsi solo a un solo settore, ma avere un orizzonte più ampio». Due, secondo la scrittrice, i punti focali del cambiamento: «Riappropriarci di una visione collettiva smontando la narrazione che vuole l’occultamento delle classi e capire chi è il vero nemico, per evitare una sterile lotta tra poveri». Propone anche alcune manovre pratiche: «La riduzione degli orari di lavoro a 35 ore. Riassorbire parte della disoccupazione lavorando un po' meno. In Italia il lavoratore lavora mediamente di più. Poi servono più aiuti di Stato. Il debito non è un tabù. Il deficit va sfondato. Francia e Germania sono anni che sfondano i parametri di Maastricht. È un conflitto europeo, perché loro possono farlo e noi no?».
Il testo menziona i Millenials, che si affacciano al lavoro “cresciuti a pane e promesse”, ma il problema, per Fana, non è soltanto loro: è diffuso tra tutte le generazioni. La soluzione per l’economista è unica: «Si parla dei nostri problemi come se fossero solo personali, senza vedere che sono collettivi. C’è bisogno di confronto e di organizzazione, che è il punto di svolta. Non rivendichiamo nulla perché pensiamo di non poterci fare nulla, ma i focolai di scioperi e rivendicazioni possono essere riattivati».
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