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Il destino muto del popolo eletto

Il destino muto del popolo eletto

Allo Storchi “Begalut - In esilio” di Tsuladze che rievoca l’esodo attraverso la storia di due famiglie

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Alla sua terza presenza italiana – dopo le messe in scena di “Memorie di un pazzo” di Nikolai Gogol' e “La tartaruga” di Luigi Pirandello presentate al Festival Vie nel 2015 e all'Arena del Sole di Bologna nel 2016 e prodotti da ERT-Emilia Romagna Teatro, il regista Levan Tsuladze ritorna a Modena portando al Teatro Storchi “Begalut - In esilio” (questa sera ore 20 in prima nazionale e in replica domani alle 15.30).

L'artista georgiano, direttore del Kote Marjanishvili State Drama Theatre di Tbilisi, dà vita a uno spettacolo corale, incentrato sulla parabola di due famiglie di origine ebraica che si trovano a condividere una storia comune di esilio. A partire dalla pagina scritta di autori come Sholem Aleichem e Guram Batiashvili, rappresentanti della cultura e della letteratura yiddish del ventesimo secolo, Tsuladze compone un affresco in cui gli elementi visivi e iconici si fanno predominanti, fino a rinunciare al contributo del testo drammaturgico e della parola. Al loro posto un montaggio scenico che guarda al linguaggio e alle tecniche codificate nel cinema muto, dalla composizione registica al disegno luci.

Un dramma senza parole quindi, che tuttavia non si consuma nel silenzio. Proprio nel momento in cui non siamo più in grado di udire le voci e le storie che queste veicolano, ci è proposto di affinare la nostra sensibilità per cogliere gli stati d'animo che la grande finestra da cui osserviamo la scena lascia trasparire. “Begalut - In esilio” è un racconto agito, in cui sono la coreografia, la gestualità, la musica e i suoni a ricreare il microcosmo delle due famiglie, suggerendo un accesso non verbale alla verità delle vicende umane narrate.

Costumi tradizionali dell’Est Europa e le note di un Klezmer accompagnano il guazzabuglio di storie individuali in un tempo sfumato e ma che sappiamo essere precedente allo scoppio della Seconda Guerra mondiale e all'abisso della Shoah. Un tempo incerto che spinge alla fuga, che forza all'esilio e alla ricerca di un rifugio sicuro in cui poter condurre una vita serena, forse la “vita promessa”. Ma anche un tempo in cui è ancora possibile scoprire schegge di felicità, piccole gioie domestiche e familiari, in cui la vita trascorre venata di umorismo e leggerezza.

In un paese straniero e indefinito due famiglie si ritrovano nella stessa casa. Scopriranno di condividere molto più di uno spazio: un calvario, quello del popolo ebraico, la sofferenza dell'esilio, l'impossibilità di raggiungere la terra promessa. “Begalut” si apre allora alla storia del “popolo eletto”: i vestiti diventano stracci, l'appartamento un intero universo, le famiglie inghiottite da un destino a cui possono solo opporre una tetragona resilienza.

Dietro ai vetri di una finestra scorrono muti bene e male, speranza e disperazione, distruzione e sopravvivenza. Sorge una domanda: chi siamo noi che guardiamo?

Gianluca Poggi

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