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La parola che guarda al cosmo: “Giuramenti” del Teatro Valdoca

di Sofia Longhini
La parola che guarda al cosmo: “Giuramenti” del Teatro Valdoca

Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri presentano il loro ultimo spettacolo al Comunale di Carpi  «Un grande affresco» tappa di un progetto che dà voce al corpo attraverso la coralità dei corpi

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Con la regia di Cesare Ronconi e la drammaturgia di Mariangela Gualtieri, “Giuramenti” è uno spettacolo del Teatro Valdoca, che va in scena al teatro Comunale di Carpi oggi alle 21 (con replica domani alle 18.30), e che dà voce al corpo attraverso la coralità dei corpi. In questa intervista gli autori ci presentano questo lavoro che costituirà l’ultima tappa di una trilogia ancora in produzione.

Come nasce lo spettacolo?

Gualtieri: «Volevamo creare un grande affresco. Dopo due anni di seminari, Cesare ha scelto con cura undici persone da portare in residenza a Mondaino. Io ho lavorato come drammaturga, a noi si sono aggiunte la nostra “maestra filosofica” Lorella Barlaam e la coreografa Lucia Palladino, che ha poi preso l’importante decisione di non fare il classico training in sala, ma di andare ogni mattina nel bosco. Io, pur continuando a seguire il lavoro, ho cercato di creare una situazione appartata in cui poter scrivere».

Il titolo dello spettacolo, “Giuramenti”: si tratta di una parola che rimbomba di una certa sacralità…

Gualtieri: «Il giuramento si oppone al destino, è come se piantassi un chiodo nel movimento dell'universo e decidessi di cambiare il corso delle cose con un mio gesto. Quest'atto inevitabilmente, nel mondo greco, chiamava in causa gli dei: se non lo avesse fatto, sarebbe stato un grave peccato di “hybris”. In questo spettacolo a giurare sono i corpi che reclamano la pienezza che gli spetta: non vivere una vita depotenziata. E poi, noi giuriamo a divinità che non sappiamo nominare. Appena ci proviamo, diventano ridicole. Io sento però di esserne parte e dunque voglio farmi forte della loro misteriosa energia».

Da cosa è nata la scrittura dei testi?

Gualtieri: «La maggior parte è stata scritta proprio in quei mesi, durante la notte. Immaginavo delle scene e sapevo che lì mancavano delle parole, mentre in altri casi erano le parole stesse a far nascere qualcos’altro. Mentre scrivevo portavo sempre con me le facce e i corpi degli attori. Non a caso, infatti, abbiamo sulla scena un coro, un'idea di collettività legata da energie sottili, e in questo il canto è fondamentale, perché fonde la comunità teatrale e quella del pubblico in uno stesso bagno acustico».

Ronconi: «Nell’andamento dello spettacolo il coro non ha un ruolo occasionale, ma strutturale. Non si tratta della semplice sommatoria di individui, ma di creare un unisono in cui gli attori risuonano insieme in una sola voce e in un solo respiro».

Come fa la “parola poetica” a trasformarsi in linguaggio di scena?

Gualtieri: «Di solito in scena la poesia è ingombrante, monumentale. Serve un corpo che le tolga quel peso e le dia vita muscolare affinché diventi energia sonora. La parola deve avere una semplicità almeno apparente, perché poi c'è sempre una segreta complessità nella poesia. Occorre dunque qualcosa che riporti la leggerezza e questo è il compito della drammaturgia registica».

La preparazione dello spettacolo avviene in un bosco. È un tentativo di riconnessione con un mondo primordiale?

Ronconi: «Noi siamo ancora in una fase di transito, l'umano profondo deve ancora arrivare davvero. Non siamo in un “post-umano”, come dice qualcuno, ma piuttosto in un “pre-umano”. Abbiamo scelto il luogo del bosco non per rimanervi come eremiti. Ci siamo isolati per trovare la concentrazione, per tornare presenti e vivi. Forse non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo cambiare lo sguardo sul mondo. Il nostro è un lavoro che non ha slogan sociali o culturali, ma che considera la vita come un elemento nodale della coesione, riportando tutto su un piano più elevato. Se il Partenone guarda verso la polis, le piramidi si rivolgono al cosmo. Ecco, io sono per le piramidi».



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