Meno tweet, più fatti
di CRISTIANA MINELLI
Abbiamo 19, 15, 12, anche 6 anni. Oppure più di 80. All’orco facciamo gola comunque. Che non ce la fa a tenersi quella voglia di far del male nei pantaloni. Non vuole farcela. E allora va bene l’andro...
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Abbiamo 19, 15, 12, anche 6 anni. Oppure più di 80. All’orco facciamo gola comunque. Che non ce la fa a tenersi quella voglia di far del male nei pantaloni. Non vuole farcela. E allora va bene l’androne di un palazzo, la siepe di un parco, il sedile di una macchina, la strada, la spiaggia, di notte, che non sente nessuno. O le mura di casa, il nostro stesso letto, che si trasforma nella culla di sogni che poi non si fanno più.
Abbiamo paura. Di uscire la sera, di rientrare da sole, qualche volta anche solo di camminare. O di sorridere, che non sembri che hai ammiccato sessualmente a qualcuno, di fidarci, di accettare un passaggio. E la cosa più triste è che siamo sole. Durante, ma soprattutto dopo.
Lo schiaffo più forte è quello insinuato dal dubbio “Lo hai provocato? Come eri vestita?”.
Un istituto universitario del Kansas ha allestito una mostra di abiti che si intitola “What Were You Wearing?”, letteralmente, “Come eri vestita?” che presenta t-shirt, jeans, magliette, vestiti di uso quotidiano presi dall’armadio degli studenti, abiti in denim, cotone, a righe o tinta unita che non possono essere ritenuti colpevoli di nessuna violenza. A fianco storie vere, poche righe che raccontano di come le vittime “vestite così” siano state brutalizzate, in un attimo che poi dura per sempre.
Dopo una violenza, chissà perché, un’insopportabile ondata di retorica bagna le labbra di chi si sente obbligato a commentare ma non altrettanto a far qualcosa di concreto per impedire che tutto questo accada ancora. E se erano in due, di sera, sui viali, anche a Modena, a molestare una ragazza sola, a terrorizzarla, a sbavare, è finita bene solo perché una macchina è diventata un rifugio e un telefono li ha spaventati.
La segnalazione si è persa in un cestino della questura e non certo per colpa di chi l’ha raccolta. “Femminicidio”. Una parola di genere comunque maschile singolare che da sola non vince la violenza. Occorrono serie misure, normative, di prevenzione e di correzione, che i legislatori devono finalmente produrre e rendere efficaci. Le scrivano, le approvino. Non c’è bisogno di perdersi in mille dichiarazioni via tweet.
Cinguettate con gli amici nel tempo libero, please
Abbiamo paura. Di uscire la sera, di rientrare da sole, qualche volta anche solo di camminare. O di sorridere, che non sembri che hai ammiccato sessualmente a qualcuno, di fidarci, di accettare un passaggio. E la cosa più triste è che siamo sole. Durante, ma soprattutto dopo.
Lo schiaffo più forte è quello insinuato dal dubbio “Lo hai provocato? Come eri vestita?”.
Un istituto universitario del Kansas ha allestito una mostra di abiti che si intitola “What Were You Wearing?”, letteralmente, “Come eri vestita?” che presenta t-shirt, jeans, magliette, vestiti di uso quotidiano presi dall’armadio degli studenti, abiti in denim, cotone, a righe o tinta unita che non possono essere ritenuti colpevoli di nessuna violenza. A fianco storie vere, poche righe che raccontano di come le vittime “vestite così” siano state brutalizzate, in un attimo che poi dura per sempre.
Dopo una violenza, chissà perché, un’insopportabile ondata di retorica bagna le labbra di chi si sente obbligato a commentare ma non altrettanto a far qualcosa di concreto per impedire che tutto questo accada ancora. E se erano in due, di sera, sui viali, anche a Modena, a molestare una ragazza sola, a terrorizzarla, a sbavare, è finita bene solo perché una macchina è diventata un rifugio e un telefono li ha spaventati.
La segnalazione si è persa in un cestino della questura e non certo per colpa di chi l’ha raccolta. “Femminicidio”. Una parola di genere comunque maschile singolare che da sola non vince la violenza. Occorrono serie misure, normative, di prevenzione e di correzione, che i legislatori devono finalmente produrre e rendere efficaci. Le scrivano, le approvino. Non c’è bisogno di perdersi in mille dichiarazioni via tweet.
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