Se diciamo teatro a cosa pensiamo?
Una piccola inchiesta a tu per tu con gli avventori dei locali pubblici di Modena
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Di solito quando leggiamo la locandina di un festival, di un evento potenzialmente coinvolgente, cerchiamo di immaginarne l’atmosfera o magari le persone con cui potremmo trovarci a condividere gli stessi spazi. È una supposizione, chi di noi non lo fa? Questa volta, in occasione di Vie, giocando con la prospettiva ho spostato l’attenzione dal dentro al fuori perché i protagonisti della mia storia sono coloro che percepiscono il teatro come un sussurro, come qualcosa di sentito dire.
“Un teatro senza mura” è il motto del nuovo corso inaugurato dal direttore Longhi, già autore di diversi spettacoli costruiti in modo partecipato con la città. Così i protagonisti li sono andata a cercare nei bar, nei luoghi in cui il rito della convivialità è ancora sentito, in cui una chiacchiera con una sconosciuta non fa strano ma è normalità.
La mia ricerca è iniziata dal bar Storchi, teatro punto di passaggio del Festival. Seduta fuori, sola, il tavolino pieno dei rimasugli dell’ordinazione, c’è Ornella che aspetta di «partecipare senza mezze misure, senza paure» allo spettacolo “Kamyon”, per «vivere con il teatro un’emozione». Per Ornella il teatro è un amico di vecchia data, «ha realizzato in me questo senso dello stare insieme, del partecipare», aggiungendo come nota altrettanto importante che «quando vado a vedere uno spettacolo spero che mi racconti una storia, allora mi metto in ascolto, si apre un dialogo». Chiudendo il nostro, mi precipito verso il bar Sunsara, vicino al Teatro delle Passioni, per saperne di più, per portare ancora un po' di strada nella domanda che cosa è il teatro, è proprio in questo bar di quartiere che si entra nel vivo della nostra questione. Mi accoglie un volto simpatico, quello del barista Sebastiano, che di teatro non si è mai interessato, che dopo sedici ore di lavoro a cos’altro puoi pensare? Un gestore si annulla per portare avanti la propria attività e il tempo per sé è frammentato, poco, non c’è. «Nel tempo libero porto mia figlia a pescare, altro che teatro!». Sebastiano è un uomo schietto. All’orario dell’aperitivo il bar si colora di tanti volti, come quello di Gianluca che il teatro l’ha visto solamente per televisione, preso da uno zapping distratto. «Ogni tanto il telegiornale annuncia qualche evento, ma mai ne ho fatto parte». E allora la domanda comincia a cambiare: come fare a eliminare questo senso di esclusione e ridurre quello di esclusività insito negli eventi culturali? Sarà un fatto di mediazione culturale, sarà un fatto che la gente ha i denti ma non il pane, sarà un fatto che bisogna trovare un rimedio per un coinvolgimento più totale?
Carmen Zaira Torretta
“Un teatro senza mura” è il motto del nuovo corso inaugurato dal direttore Longhi, già autore di diversi spettacoli costruiti in modo partecipato con la città. Così i protagonisti li sono andata a cercare nei bar, nei luoghi in cui il rito della convivialità è ancora sentito, in cui una chiacchiera con una sconosciuta non fa strano ma è normalità.
La mia ricerca è iniziata dal bar Storchi, teatro punto di passaggio del Festival. Seduta fuori, sola, il tavolino pieno dei rimasugli dell’ordinazione, c’è Ornella che aspetta di «partecipare senza mezze misure, senza paure» allo spettacolo “Kamyon”, per «vivere con il teatro un’emozione». Per Ornella il teatro è un amico di vecchia data, «ha realizzato in me questo senso dello stare insieme, del partecipare», aggiungendo come nota altrettanto importante che «quando vado a vedere uno spettacolo spero che mi racconti una storia, allora mi metto in ascolto, si apre un dialogo». Chiudendo il nostro, mi precipito verso il bar Sunsara, vicino al Teatro delle Passioni, per saperne di più, per portare ancora un po' di strada nella domanda che cosa è il teatro, è proprio in questo bar di quartiere che si entra nel vivo della nostra questione. Mi accoglie un volto simpatico, quello del barista Sebastiano, che di teatro non si è mai interessato, che dopo sedici ore di lavoro a cos’altro puoi pensare? Un gestore si annulla per portare avanti la propria attività e il tempo per sé è frammentato, poco, non c’è. «Nel tempo libero porto mia figlia a pescare, altro che teatro!». Sebastiano è un uomo schietto. All’orario dell’aperitivo il bar si colora di tanti volti, come quello di Gianluca che il teatro l’ha visto solamente per televisione, preso da uno zapping distratto. «Ogni tanto il telegiornale annuncia qualche evento, ma mai ne ho fatto parte». E allora la domanda comincia a cambiare: come fare a eliminare questo senso di esclusione e ridurre quello di esclusività insito negli eventi culturali? Sarà un fatto di mediazione culturale, sarà un fatto che la gente ha i denti ma non il pane, sarà un fatto che bisogna trovare un rimedio per un coinvolgimento più totale?
Carmen Zaira Torretta
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