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la recensione/2 

Sul “Kamyon” di De Cock l’empatia non è riuscita a salire

Se mettessimo il teatro su due ruote, trascinassimo gli spettatori dentro il rimorchio di un camion e offrissimo loro delle panchine di legno invece che una poltrona, sarebbe sufficiente per...

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Se mettessimo il teatro su due ruote, trascinassimo gli spettatori dentro il rimorchio di un camion e offrissimo loro delle panchine di legno invece che una poltrona, sarebbe sufficiente per trasportarli in un’altra dimensione? Michael De Cock, con il suo spettacolo “Kamyon” tenta così di proporre un’esperienza sul tema dell’emigrazione. Lo spettacolo inizia con un traghettatore, stile donna baffuta circense che, con fare aggressivo e grossolano, esorta gli spettatori a salire sul camion. Compare l’attrice cui, nonostante i suoi 35 anni, vengono fatti vestire i panni di una ragazzina in fuga dalla guerra con sua madre. Tutto è immaginato dalla giovane come un viaggio nello spazio dove il camion è un’astronave e lei un’astronauta che procede alla ricerca di nuovi mondi. Queste visioni sono interrotte da attimi di ritorno al presente, al camion in cui viaggiano anche i ricordi di scuole demolite, bombe e il dolore di dover scegliere cosa portare con sé senza che nessun rimorchio possa mai contenerlo. All’urgenza del tema e ai nobili obiettivi del regista è da contrapporre l'esilità del risultato, in cui l’empatia necessaria viene appena stimolata e le scelte registiche sono a malapena sufficienti ad evocare una dimensione lontana per noi nati nella parte fortunata d’Europa.

Ornella Giua



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