Un festival in cerca dell’umano
Cala il sipario sulla tredicesima edizione di Vie e una domanda resta a interrogarci: che cos’è l'umano? Non più una presunta essenza eterna e immutabile dell'uomo minacciata o corrotta nella sua...
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Cala il sipario sulla tredicesima edizione di Vie e una domanda resta a interrogarci: che cos’è l'umano? Non più una presunta essenza eterna e immutabile dell'uomo minacciata o corrotta nella sua natura originaria da fenomeni contemporanei di alienazione. Piuttosto un terreno incognito, quello della specie homo in continuo movimento, in cui il teatro prova ad addentrarsi.
Così in “Encore” l'incessante alternarsi di attrazione e repulsione non sottrae l'umano al divenire, anzi ne plasma le tecniche di combattimento, di tortura, di seduzione, e lo trasforma. Il corpo diventa supporto e strumento del mutamento in “Benvenuto Umano”: amputazioni e sinestesie tecnologiche contestano il primato della vista a favore di una plasticità tattile dei corpi che racconta e riproduce elementi di un’iconografia umana universale, dal kamasutra a Michelangelo.
La parola, emblema della razionalità dell'homo sapiens, sembra retrocedere di fronte al moltiplicarsi di codici e applicazioni tecnologiche sempre più pervasive, mentre la narrazione attraversa corpi ibridati e ne informa il movimento. Cosa resta nel dominio dell'umano? Nemmeno la “coreografia politica”, sembra suggerire Arkadi Zaides con “TALOS” ci mette di fronte ad automi dalle movenze ricalcate sull’uomo e perfezionate in disegni e composizioni “troppo umani”. Uno spossessamento progressivo che prende la forma del sovraccarico in “Overload”: davanti all'esplosione dell'infosfera e alla proliferazione esponenziale di “data”, l'unica risposta all'accelerazione inarrestabile delle macchine e alla colonizzazione vorace dell’attenzione non è opporre resistenza, bensì un instancabile riposizionamento.
Gianluca Poggi
Così in “Encore” l'incessante alternarsi di attrazione e repulsione non sottrae l'umano al divenire, anzi ne plasma le tecniche di combattimento, di tortura, di seduzione, e lo trasforma. Il corpo diventa supporto e strumento del mutamento in “Benvenuto Umano”: amputazioni e sinestesie tecnologiche contestano il primato della vista a favore di una plasticità tattile dei corpi che racconta e riproduce elementi di un’iconografia umana universale, dal kamasutra a Michelangelo.
La parola, emblema della razionalità dell'homo sapiens, sembra retrocedere di fronte al moltiplicarsi di codici e applicazioni tecnologiche sempre più pervasive, mentre la narrazione attraversa corpi ibridati e ne informa il movimento. Cosa resta nel dominio dell'umano? Nemmeno la “coreografia politica”, sembra suggerire Arkadi Zaides con “TALOS” ci mette di fronte ad automi dalle movenze ricalcate sull’uomo e perfezionate in disegni e composizioni “troppo umani”. Uno spossessamento progressivo che prende la forma del sovraccarico in “Overload”: davanti all'esplosione dell'infosfera e alla proliferazione esponenziale di “data”, l'unica risposta all'accelerazione inarrestabile delle macchine e alla colonizzazione vorace dell’attenzione non è opporre resistenza, bensì un instancabile riposizionamento.
Gianluca Poggi
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