Gazzetta di Modena

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Modena: c’è un’altra “casa della droga” in centro

di Stefano Totaro
Modena: c’è un’altra “casa della droga” in centro

Nell’edificio ex sede del diurno per disabili di via dei Tintori c’è di tutto: i tre piani sono stati occupati da sbandati, ladri e spacciatori

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MODENA. Un altro covo nel cuore del centro storico, un altro rifugio notturno su tre comodi piani per chi durante la giornata si dedica ai furti e allo spaccio di droga. E anche questa volta in un palazzo insospettabile, davanti al quale, né sul portone né sui muri vi sono tracce o scritte, sentori di quel degrado che invece custodisce e nasconde all’occhio dei passanti.

Come in via dei Lovoleti dove c’era la casa della droga scoperta dalla Gazzetta all’inizio di questo settembre, così ora stesa situazione in via dei Tintori, la stretta strada con un bel portico che unisce via Canalino a corso Canalgrande. Una via “famosa” per al presenza dello storico negozio di vino, liquori e dolciumi ma tornata alla ribalta anche recentemente per la presenza di spaccio e la conseguente retata.

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Ma via dei Tintori era , sino a circa due anni e mezzo, era anche la sede di un altrettanto storico, per longevità di servizio, centro diurno per disabili adulti. Al civico 2 infatti, lungo tre piani ben attrezzati, vi erano gli spazi per attività, educative e ludiche, riservati ai disabili: una struttura comunale gestita dalla cooperativa Gulliver che, appunto dal maggio del 2105 ora si è trasferita via Internati militari italiani a Modena Est.

Ora la musica è ben cambiata. Il portone in legno non ha tracce di effrazione, si presenta chiuso e pulito ma basta una spinta ed ecco che si entra nella casa di qualcun’altro. E si capisce subito di chi. A dare il benvenuto subito due caschi da bicicletta nuovi e costosi, poi l’immancabile due ruote “da lavoro” per lo spaccio, qua e là varie lattine per terra e un paio di mutande da uomo lungo i gradini. Sulle bacheche e sulle porte ci sono ancora le varie indicazioni di un tempo, sala materiali, magazzino, c’è un’area contatori aperta e qualche cavo staccato. E in fondo, un cavedio. Non c’è molto caos, piuttosto è l’odore penetrante a caratterizzare tutti gli ambienti al piano terra. Ma basta salite una rampa di scale e si entra nella casa della droga vera e propria, nell’accampamento. Alla porta d’ingresso è stata legata una corda fissata ad una finestra: serve per appendere alcuni panni. Poi il tavolo da lavoro nel salotto buono: ovunque scatole grandi e piccole con scarpe da uomo e da donna. Sul tavolo altrettanti contenitori con varia bigiotteria, borse, borsette, punte di trapano, lattine di birra, cartine per fumare, mercanzia varia. È sicuramente il bottino di un recente raid in qualche negozio e la mercanzia è ancora accatastata, pronta per essere riciclata in giro. Dopo il salotto la camera da letto. Quando siamo entrati c’era un ospite che dormiva avvolto da una coperta sopra ad un materasso appoggiato direttamente sul pavimento. Accanto a lui altre tre brande, con vestiti, scarpe e resti di bivacchi. Il vicinato da qualche settimana si è accorto della sua presenza e di quella di altre persone, almeno sei o sette: giovani maghrebini, visti gravitare in zona, entrare ed uscire. In effetti c’è spazio: anche il secondo e il terzo piano sono attrezzati per i bivacco con due e tre brande nelle stanze. Ma non solo. Lì c’è il consumo di droga, ci sono i resti delle fumare, c’è la carta stagnola sbruciacchiata nelle inalazioni birre e sporcizia.


 

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