«Lavoro, casa, sanità: non lasciamo soli tutti questi giovani»
di Giacomo Gullo
Il segretario della Cei Nunzio Galantino: «Non servono politiche di contrasto ai migranti ma metodi di inclusione»
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Un’aula magna di Giurisprudenza particolarmente attenta ha ascoltato ieri pomeriggio l’intervento di Nunzio Galantino, Segretario generale della Cei e ospite d’onore della seconda edizione del Festival della Migrazione. «Quando si parla di povertà – ha spiegato in apertura Monsignor Galantino - la mente va subito ad afferrare le immagini di chi sbarca sulle nostre coste, degli immigrati che hanno scelto di vivere stabilmente sul nostro territorio. Non si può cadere nell’errore di associare sempre e comunque l’immigrazione alla povertà. Questo stretto legame tra immigrazione e povertà chiede che le politiche migratorie siano strettamente connesse con le politiche di sviluppo, che la salvaguardia del diritto di migrare sia connesso con la salvaguardia del diritto di rimanere nel proprio Paese».
La capacità di affrontare le cause strutturali della condizione di povertà delle persone è la chiave di volta, secondo Galantino, anche quando si parla di immigrazione: «Le difficoltà di accesso ad un lavoro regolare, all’abitazione, all’istruzione, alla sanità: è questo che rende la vita del migrante svantaggiata rispetto a quella degli autoctoni. Il vero nodo della questione è verificare in che modo la povertà colpisce la popolazione migrante nell’educazione, nelle competenze professionali e in tutto ciò che costituisce il naturale percorso per un corretto inserimento degli immigrati. Una politica migratoria non può non prevedere una dinamica e legittima regolamentazione all’ingresso, il facile accesso ai servizi di base, la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, fino ad arrivare alla protezione sociale e internazionale, ai ricongiungimenti familiari, alla partecipazione e alla cittadinanza: tutti aspetti oggi deboli nell’affrontare politicamente la migrazione in Italia. Il fenomeno dell’immigrazione chiede più che politiche di contrasto, politiche di inclusione sociale e di dialogo che aiutino a non far leggere l’incontro e il rapporto con persone e popoli nuovi ingenuamente e semplicemente con “orgoglio e rabbia”, ma con attenzione alla verità dei fatti e degli accadimenti e soprattutto, vista la grave situazione demografica, occupazionale, economica italiana – che coinvolge soprattutto i giovani, indistintamente italiani e di origine non italiana – occorrono lungimiranza e saggezza perché davvero si innesti un processo di rinascita e sviluppo. Quest’ultimo deve partire dal mettere al centro i giovani suddetti: occorre dare ai giovani la possibilità di diventare attori del loro presente e si avverte la necessità che l’Italia rinasca a partire dalla sua endemica multiculturalità. Non possiamo tralasciare 5 milioni di cittadini che vivono stabilmente nelle nostre città; non possiamo volgere le spalle ai tanti giovani che reclamano di poter essere – non solo sentirsi – italiani».
La capacità di affrontare le cause strutturali della condizione di povertà delle persone è la chiave di volta, secondo Galantino, anche quando si parla di immigrazione: «Le difficoltà di accesso ad un lavoro regolare, all’abitazione, all’istruzione, alla sanità: è questo che rende la vita del migrante svantaggiata rispetto a quella degli autoctoni. Il vero nodo della questione è verificare in che modo la povertà colpisce la popolazione migrante nell’educazione, nelle competenze professionali e in tutto ciò che costituisce il naturale percorso per un corretto inserimento degli immigrati. Una politica migratoria non può non prevedere una dinamica e legittima regolamentazione all’ingresso, il facile accesso ai servizi di base, la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, fino ad arrivare alla protezione sociale e internazionale, ai ricongiungimenti familiari, alla partecipazione e alla cittadinanza: tutti aspetti oggi deboli nell’affrontare politicamente la migrazione in Italia. Il fenomeno dell’immigrazione chiede più che politiche di contrasto, politiche di inclusione sociale e di dialogo che aiutino a non far leggere l’incontro e il rapporto con persone e popoli nuovi ingenuamente e semplicemente con “orgoglio e rabbia”, ma con attenzione alla verità dei fatti e degli accadimenti e soprattutto, vista la grave situazione demografica, occupazionale, economica italiana – che coinvolge soprattutto i giovani, indistintamente italiani e di origine non italiana – occorrono lungimiranza e saggezza perché davvero si innesti un processo di rinascita e sviluppo. Quest’ultimo deve partire dal mettere al centro i giovani suddetti: occorre dare ai giovani la possibilità di diventare attori del loro presente e si avverte la necessità che l’Italia rinasca a partire dalla sua endemica multiculturalità. Non possiamo tralasciare 5 milioni di cittadini che vivono stabilmente nelle nostre città; non possiamo volgere le spalle ai tanti giovani che reclamano di poter essere – non solo sentirsi – italiani».
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