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Sotterraneo: il teatro “sovraccarico” per uno spettatore amletico

a cura di Altre Velocità
Sotterraneo: il teatro “sovraccarico” per uno spettatore amletico

La compagnia toscana presenta questa sera alle 21 alle Passioni il suo ultimo lavoro “Overload” una riflessione sulla nostra capacità di scelta nell’era della rapidità e dell’accelerazione

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La crisi dell’attenzione e la scelta come necessità, soprattutto teatrale. I Sotterraneo portano lo spettatore nel cuore del processo drammaturgico con “Overload” (questa sera alle 21 alle Passioni di Modena). Il dramaturg Daniele Villa e gli attori Claudio Cirri e Sara Bonaventura ci raccontano le questioni che animano questo lavoro.

Cos’è “Overload”?

«“Overload” significa “sovraccarico” ed è un termine che viene comunemente associato alla parola “informazione”. Esprime in qualche modo il paradosso, tipico dell’epoca in cui viviamo, per cui esiste un crescente accumulo di informazioni mentre diminuisce l’accesso alla verità. Per dirla con Yves Citton, autore che con il suo “L’ecologia dell’attenzione” ci ha accompagnati nella creazione dello spettacolo, siamo in un regime di “mediarchia”: la dimensione virtuale e mediatizzata sta assumendo più importanza di quella fisica e geografica. La quantità di stimoli cui siamo sottoposti aumenta vertiginosamente e i nostri processi mentali si ritrovano via via più contratti e spezzettati, la conoscenza si sviluppa in orizzontale invece che in verticale. Risulta dunque sempre più cruciale poter selezionare e filtrare le informazioni. Ecco perché abbiamo bisogno di ecologia dell’attenzione».

Cosa intendete per “ecologia dell’attenzione”?

«Siamo al centro di una grande trasformazione, in cui le innovazioni tecnologiche e le nuove forme di comunicazione arrivano ad alterare perfino a livello biologico i processi mentali dell’attenzione, della ricettività, delle relazioni sociali. Non è allora solo questione di “economia dell’attenzione”, cioè di mettere a frutto e rendere produttiva l’attenzione, bensì di “ecologia”, qualcosa che ha a che fare con la capacità di scelta e con domande relative anche a un’idea di “salute” psicofisica. È un conflitto che diventerà sempre più acuto in futuro».

Il teatro può giocarvi un ruolo?

«In un contesto di rapidità e accelerazione, il teatro pare essere marginalizzato. Si tratta di un medium millenario, in qualche modo fuori dal tempo, eppure proprio questa sua inattualità costituisce forse la maggiore risorsa di cui disponiamo. Già negli anni ‘70 Barthes diceva che nella società rimanevano soltanto due esperienze non mediate: il teatro e lo stadio. Fra attori e pubblico esiste una “rituale compresenza”, che spesso diamo per scontata ma che è potentissima poiché ci consente di sentire una vibrazione collettiva. In più c’è la componente dell’ignoto, che oramai è preservata in pochissimi ambiti. Molto più che con il cinema o le serie tv, chi sceglie di andare a vedere del teatro contemporaneo davvero non sa cosa aspettarsi un secondo prima di entrare in sala. In questo senso si dice che il teatro comporta un rischio, perché uno spettacolo riuscito ci cambia come persone. Allo stesso modo in cui si assiste a fenomeni di “ritorno alla terra”, per recuperare un rapporto più diretto con la natura, possiamo forse augurarci una sorta di “ritorno al teatro”».

E nello specifico dello spettacolo?

«Il processo evolutivo umano va nella direzione dell’ibridazione biomeccanica. Lo spettacolo in un certo senso mostra come l’attenzione possa essere qualcosa di ancora “umano”, che possiamo ancora controllare. Sul palco c’è un discorso generale portato avanti dal protagonista, attorno al quale costruiamo un meccanismo che lascia allo spettatore la scelta su quali scene sviluppare o meno a lato della vicenda principale. Si sottolinea dunque come la nostra “scelta di attenzione”, seppur presa individualmente, abbia delle ricadute di condizionamento collettive.

Ecco, credo che per raccogliere le sfide della “grande trasformazione” in cui siamo immersi il teatro debba escogitare dei “dispositivi” che pongano il pubblico come motore della drammaturgia. La sfida per il futuro è che lo spettatore esca dalla dimensione “voyeuristica” del teatro borghese per entrare in una condizione “amletica”, di dubbio e interrogazione costanti».



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