Minori migranti solitari un rebus per gli psicologi
di Gabriele Farina
Sono segnati da stress per i traumi vissuti nel viaggio, spesso vittime della droga Il loro numero è in aumento, si sta studiando un percorso per un pieno recupero
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Abbattere modelli superati e pregiudizi (anche tra i medici). Ecco la ricetta per accogliere meglio pazienti migranti di tutte le età. A indicarla sono gli stessi operatori sanitari coinvolti nel “Fami-Start-ER”, il progetto ministeriale di cui si è discusso ieri in sala Pucci.
Esso è diretto a minori stranieri non accompagnati e richiedenti asilo minorenni e maggiorenni. Come ricorda Valentina Romualdi, antropologa della cooperativa Caleidos, «a Modena sono accolte 1.926 persone nei Centri di accoglienza straordinaria, di cui 29 minori». Senza contare poi i numeri dello Sprar e i minori stranieri non accompagnati.
«A Modena sono già stati fatti 142 screening psicologici - spiega Andrea Davolo, psicologo interculturale che segue il progetto - di cui 39 tra i minori. Trenta persone sono risultate positive (di cui 3 minori) e 18 sono state prese in carico con colloqui di approfondimento (di cui 2 minori)».
Lo screening, nello specifico, è fatto «con un’intervista curata da un operatore e da un mediatore linguistico», aggiunge Davolo. Lo psicologo interculturale insiste molto sulla curiosità, «sull’essere irriverenti per smontare le idee sbagliate che abbiamo».
Un esempio riguarda i disagi psichici presentati spesso dalle persone richiedenti asilo, soprattutto più giovani. «I rischi più frequenti sono disturbi post traumatici da stress, psicosi reattive brevi, stigma, distorsione tra disturbi internalizzanti ed esternalizzanti, uso di sostanze, microcriminalità», elenca il dottor Paolo Stagi, direttore del servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ausl di Modena.
«Un’idea sbagliata risulta spesso lo stress post traumatico - aggiunge Davolo - perché nella categoria diagnostica si fa riferimento a eventi traumatici molto diversi tra loro, dall’incidente stradale alla tortura. Un’altra idea scontata da smontare è che siano tutti vittime o sopravvissuti. Le persone in attesa di permesso di soggiorno sono passivizzate nella lunga attesa di mesi per la commissione. Aprirsi alla curiosità significa cercare di capire come il paziente ha cercato di resistere ai traumi, studiarlo come persona attiva». Dunque, anche i medici stanno mutando il loro punto di vista. Non è un caso che l’incontro rientri nella cornice del Màt, la Settimana della Salute mentale, in cui sono proposti nuovi modelli di sanità.
«Innanzitutto i richiedenti asilo non conoscono la lingua – spiega Paolo Vistoli, psichiatra e componente della squadra di esperti che seguono i maggiorenni nel progetto “Fami-Start-ER” - o meglio conoscono benissimo l’inglese, spesso un problema per noi operatori. Inoltre, hanno problemi di orientamento in città e sono soggetti a frequenti trasferimenti. Dobbiamo poi superare i preconcetti, come per gli autoctoni». «Spero che ognuno di noi cominci a pensare allo straniero come a un utente del nostro servizio – conclude l’educatore professionale Pasquale Commisso, anch’egli inserito nel team adulti del progetto – e non a qualcuno per cui prodigarsi in modo particolare o da cui difendersi».
Esso è diretto a minori stranieri non accompagnati e richiedenti asilo minorenni e maggiorenni. Come ricorda Valentina Romualdi, antropologa della cooperativa Caleidos, «a Modena sono accolte 1.926 persone nei Centri di accoglienza straordinaria, di cui 29 minori». Senza contare poi i numeri dello Sprar e i minori stranieri non accompagnati.
«A Modena sono già stati fatti 142 screening psicologici - spiega Andrea Davolo, psicologo interculturale che segue il progetto - di cui 39 tra i minori. Trenta persone sono risultate positive (di cui 3 minori) e 18 sono state prese in carico con colloqui di approfondimento (di cui 2 minori)».
Lo screening, nello specifico, è fatto «con un’intervista curata da un operatore e da un mediatore linguistico», aggiunge Davolo. Lo psicologo interculturale insiste molto sulla curiosità, «sull’essere irriverenti per smontare le idee sbagliate che abbiamo».
Un esempio riguarda i disagi psichici presentati spesso dalle persone richiedenti asilo, soprattutto più giovani. «I rischi più frequenti sono disturbi post traumatici da stress, psicosi reattive brevi, stigma, distorsione tra disturbi internalizzanti ed esternalizzanti, uso di sostanze, microcriminalità», elenca il dottor Paolo Stagi, direttore del servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ausl di Modena.
«Un’idea sbagliata risulta spesso lo stress post traumatico - aggiunge Davolo - perché nella categoria diagnostica si fa riferimento a eventi traumatici molto diversi tra loro, dall’incidente stradale alla tortura. Un’altra idea scontata da smontare è che siano tutti vittime o sopravvissuti. Le persone in attesa di permesso di soggiorno sono passivizzate nella lunga attesa di mesi per la commissione. Aprirsi alla curiosità significa cercare di capire come il paziente ha cercato di resistere ai traumi, studiarlo come persona attiva». Dunque, anche i medici stanno mutando il loro punto di vista. Non è un caso che l’incontro rientri nella cornice del Màt, la Settimana della Salute mentale, in cui sono proposti nuovi modelli di sanità.
«Innanzitutto i richiedenti asilo non conoscono la lingua – spiega Paolo Vistoli, psichiatra e componente della squadra di esperti che seguono i maggiorenni nel progetto “Fami-Start-ER” - o meglio conoscono benissimo l’inglese, spesso un problema per noi operatori. Inoltre, hanno problemi di orientamento in città e sono soggetti a frequenti trasferimenti. Dobbiamo poi superare i preconcetti, come per gli autoctoni». «Spero che ognuno di noi cominci a pensare allo straniero come a un utente del nostro servizio – conclude l’educatore professionale Pasquale Commisso, anch’egli inserito nel team adulti del progetto – e non a qualcuno per cui prodigarsi in modo particolare o da cui difendersi».
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