La storia corre sui binari
di Ombretta Guerri
“La direttissima Bologna – Firenze”, è questo il titolo del volume stampato da Edizioni Artestampa (p. 144, euro 35) curato da Maurizio Panconesi. “Nell’aprile 2014 – spiega Panconesi – sono stati...
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“La direttissima Bologna – Firenze”, è questo il titolo del volume stampato da Edizioni Artestampa (p. 144, euro 35) curato da Maurizio Panconesi. “Nell’aprile 2014 – spiega Panconesi – sono stati celebrati gli ottant’anni della costruzione della ‘Direttissima’ Bologna – Prato: è stato questo un periodo assai importante per il nostro paese, che ha visto la nascita ed il primo esercizio di una struttura ferroviaria moderna, purtroppo troppo seguito dalle ravvicinate vicende belliche e dalla ricostruzione, premessa del successivo boom economico, che ha caratterizzato gli anni ’50 e ’60 con il flusso migratorio di migliaia di italiani dalle regioni del sud verso il settentrione”.
Per ricordare questa ricorrenza, dopo l’opera monografica pubblicata nel 2002 sulla Direttissima degli Appennini ( da tempo esaurita) si è deciso di riproporre una pubblicazione forse poco conosciuta edita nel 1935 in due volumi, uno di testi e foto, l’altro di tavole, realizzati all’epoca per meglio far comprendere quali e quante difficoltà fossero state affrontate nel corso della costruzione della gigantesca opera, descritte da colui che ne fu il principale esecutore, l’Ingegner Enrico Marone.
La pubblicazione si compone della ristampa anastatica dello storico volume di testo originale con relativa documentazione fotografica.
“Proprio riguardo al grande tecnico che realizzò la Direttissima – continua Panconesi – deriva un profondo senso di avvilimento nel constatare come la sua tomba nel cimitero comunale della Certosa di Bologna si presenti oggi in uno stato di abbandono. Vogliamo sperare che con l’uscita di questa ristampa che illustra il suo lavoro si voglia provvedere a dare una più decorosa dimora a questo grande italiano”.
Ricordiamo che l’innovativo doppio binario a trazione elettrica contribuì ad accorciare drasticamente i tempi di percorrenza tra Firenze e Bologna dalle originali 5 ore ad un’ora e 15 minuti fino a giungere agli attuali 37 minuti.
Un libro bello, ricco di foto, immagini, documenti e storie, un’occasione ideale per riscoprire il patrimonio dell’Appennino in una sorta di omaggio alla cultura del territorio. Tra strade, cime e boschi si possono ancora scorgere gli edifici del villaggio operai Cà di Landino dove risiedeva le famiglie degli operai che presero parte al progetto, che venne abbandonato dopo la fine della costruzione.
Per ricordare questa ricorrenza, dopo l’opera monografica pubblicata nel 2002 sulla Direttissima degli Appennini ( da tempo esaurita) si è deciso di riproporre una pubblicazione forse poco conosciuta edita nel 1935 in due volumi, uno di testi e foto, l’altro di tavole, realizzati all’epoca per meglio far comprendere quali e quante difficoltà fossero state affrontate nel corso della costruzione della gigantesca opera, descritte da colui che ne fu il principale esecutore, l’Ingegner Enrico Marone.
La pubblicazione si compone della ristampa anastatica dello storico volume di testo originale con relativa documentazione fotografica.
“Proprio riguardo al grande tecnico che realizzò la Direttissima – continua Panconesi – deriva un profondo senso di avvilimento nel constatare come la sua tomba nel cimitero comunale della Certosa di Bologna si presenti oggi in uno stato di abbandono. Vogliamo sperare che con l’uscita di questa ristampa che illustra il suo lavoro si voglia provvedere a dare una più decorosa dimora a questo grande italiano”.
Ricordiamo che l’innovativo doppio binario a trazione elettrica contribuì ad accorciare drasticamente i tempi di percorrenza tra Firenze e Bologna dalle originali 5 ore ad un’ora e 15 minuti fino a giungere agli attuali 37 minuti.
Un libro bello, ricco di foto, immagini, documenti e storie, un’occasione ideale per riscoprire il patrimonio dell’Appennino in una sorta di omaggio alla cultura del territorio. Tra strade, cime e boschi si possono ancora scorgere gli edifici del villaggio operai Cà di Landino dove risiedeva le famiglie degli operai che presero parte al progetto, che venne abbandonato dopo la fine della costruzione.
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