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«Maternità difficili: in calo le richieste di un aiuto»

«Maternità difficili: in calo le richieste di un aiuto»

I dati della Comunità Papa Giovanni XXIII che dà assistenza per evitare l’aborto «Non è un buon segno, spesso le decisioni sono forzate dall’esterno e frettolose»

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«Una considerazione che viene da fare, sulla base dei nostri report, è che ci si riferisce all’aborto come ad una libertà in più che una donna ha, quando in realtà in molte situazioni abortire diventa un obbligo». Sono le parole di Andrea Mazzi, operatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. L’associazione ha fatto il punto della propria attività sul sostegno alle maternità difficili. Nel 2016, nella provincia di Modena, sono state 28 le neomamme che si sono rivolte alla comunità. Di queste, 19 ancora gestanti. Non sempre si tratta di gravidanze indesiderate. «I casi sono vari - sostiene Mazzi - ma si tratta sempre di donne che vivono in situazioni non favorevoli alla nascita di un figlio». Le cause che rendono la vita di una donna difficile quando si tratta di una gravidanza, sono spesso due: una di tipo lavorativo-economico, l’altra di tipo sociale. In altre parole, le donne si trovano spesso a domandarsi se valga o no la pena scegliere di avere un figlio quando il lavoro può venire a mancare o quando in famiglia l’atteggiamento è ostile. Una situazione grave è quella che interessa le vittime di tratta, che sono in aumento. La Comunità segnala come il numero di donne che ha chiesto aiuto sia calato negli ultimi anni in tutta la regione, con un meno 18 per cento a Modena rispetto al 2015. Il dato si riconferma in calo anche nel 2017. Tra le motivazioni riportate si annovera la crescente diffusione della pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo, che dal 2015 sono acquistabili anche senza la ricetta del medico se si è maggiorenni. Questi medicinali hanno anche effetti abortenti. La donna che ne fa uso, se è rimasta incinta, non ha quindi il tempo di condividere la notizia con parenti e servizi pubblici. Un’altra motivazione fa sempre parte dell’ambito medico: per una questione di costi, le aziende farmaceutiche privilegiano l’aborto chimico rispetto a quello chirurgico. Per lo scopo, viene utilizzata la RU 486, uno steroide sintetico il cui effetto è valido solo per i primi 49 giorni della gravidanza. Nel report si riporta quindi la possibilità che alle donne venga fatta fretta per rispettare la scadenza del farmaco, accorciando così i tempi per riflettere ed eventualmente chiedere un supporto. Non da meno, l’aumento dei contratti a tempo determinato pone spesso le donne ad un bivio: o il figlio o il lavoro. Questo perché non è raro che, una volta arrivata la gravidanza, il contratto non venga rinnovato. Una situazione che scoraggia molte donne, che scelgono di abortire senza considerare le possibilità di aiuto. «La riduzione del numero di mamme che chiedono supporto ci preoccupa - commenta Mazzi - perché vediamo che in molti casi, dietro alla scelta di abortire non ci sono solo le personali considerazioni della donna, ma vere e proprie pressioni, dovute o ad una società abortista, non a misura di mamma e bambino, o a influenze di altre persone. Una donna abortisce non perché non voglia il bambino, ma perché magari non lo vogliono il partner o i genitori, o perché sa che una gravidanza le farebbe perdere il lavoro. Spesso le non viene dato nemmeno il tempo di riflettere sulla scelta». Delle 28 mamme incontrate dalla Comunità, 22 sono straniere, per la maggior parte nigeriane. Su 7 gestanti indecise se abortire o no, il 57 per cento ha deciso di avere il bambino una volta ricevuto sostegno.

Eleonora Degoli

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