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I giovani del Frignano marciano per Ostetricia

di Daniele Montanari
I giovani del Frignano marciano per Ostetricia

Scendono in campo i coetanei della mamma del neonato morto domenica Sfileranno per le strade di Pavullo il 19 novembre: «È in gioco il nostro futuro» 

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PAVULLO. Una marcia di quasi due chilometri, attraverso tutto il centro di Pavullo, per sensibilizzare sulla situazione che si è aperta in montagna con la chiusura del punto nascite, riferimento di un’area di 40mila persone già segnata da condizioni difficili. Si svolgerà domenica 19 novembre con partenza alle 20 dal piazzale del Conad per arrivare in piazza Montecuccoli, davanti al municipio. Un’iniziativa di taglio diverso rispetto alla “Marcia di Sant’Anna” che il 26 luglio aveva visto in campo i comitati, anche se l’obiettivo è lo stesso. Qui l’organizzazione è molto particolare e inedita. A volere l’evento è infatti quella che si potrebbe chiamare “Generazione 1982”: giovani di 35 anni come la ragazza che ha perso il bimbo a Sassuolo, ma anche qualcuno un po’ più verso i 40 e altri verso i 30. Comunque tutti ex studenti che si sono conosciuti alle scuole superiori di Pavullo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Amici che hanno vissuto assieme gli anni della spensieratezza e che ora sono nella maturità, in gran parte già con famiglia e bimbi al seguito, nella grande maggioranza dei casi venuti alla luce a Pavullo. Conoscendo lei, hanno vissuto come una ferita profonda l’accaduto. Il dolore lo vivono privatamente, senza nessuna volontà di polemica. Ma pubblicamente vogliono cercare di fare qualcosa per spingere a rivedere certe decisioni: riaprire il punto nascite in primis, se non per scongiurare il ripetersi di un episodio simile, almeno per ridurre i rischi su mamma e bambino. «Ci siamo sentiti toccati nel vivo - spiegano gli organizzatori - è successo a lei ma poteva benissimo capitare anche a noi. Non vogliamo marciare contro il Comune, la Regione o l’Ausl, niente politica. Ma non vogliamo e non possiamo neanche stare con le mani in mano di fronte a una situazione di oggettivo rischio. Se un distacco di placenta capitava a una ragazza di Pieve o di Riolunato? Sono 70 chilometri per arrivare a Sassuolo, non può finire bene. Non abbiamo un’autostrada, ma arterie piene di buche e un’Estense già intasata dai camion e destinata a esserlo ancor di più. Come fa un’ambulanza in corsa disperata? E se c’è un incidente? E se c’è il ghiaccio? Non si può accettare un rischio del genere, sapendo che in pianura ci sono tre punti nascita nel giro di 30 chilometri». Di qui la manifestazione di protesta, civile ma determinata che, col supporto anche dei comitati e di altri gruppi che si battono per la montagna, punta a fare numeri di rilievo: «Le 6mila firme le avranno messe in un cassetto, ma mille persone che scendono in strada arrabbiate dovranno sentirle», notano gli organizzatori. «Non servirà a niente? Le porteremo allora magari anche a Modena o a Bologna. Ma non ci arrendiamo, perché ci battiamo anche per il futuro, per il progetto di vita che abbiamo fatto nello scegliere di restare nella terra dei nostri padri».

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