L'infanzia di mons. Castellucci; "Confesso che da ragazzo... " Il vescovo Erio, i tappi, il poker
Un’infanzia “da cortile” nella campagna romagnola, ma senza recinti “Sapevo il dialetto più dell’italiano: ancor oggi penso in quella lingua”
MODENA «Ho trascorso l’infanzia in un piccolo paese di campagna, Roncadello, a pochi chilometri da Forlì - racconta don Erio Castellucci, arcivescovo di Modena - Ho dei ricordi molto vivi e molto belli. La mia infanzia si potrebbe definire “da cortile”: abitando in campagna, in mezzo ai campi - specialmente di grano e viti - e agli animali domestici, ho passato quasi tutti i pomeriggi all'aria aperta. Insieme agli amici, appena fatti i compiti uscivamo in bicicletta o in pattini a rotelle, organizzavamo gare di corsa a piedi o uscite nei paesi vicini. Nei mesi invernali, invece, giocavamo soprattutto a carte, a scacchi, ai quiz o a “tappini”, ovvero i lanci con i tappi delle bibite».
Qual è l’emozione principale che prova quando ripensa a quel periodo?
«È l'emozione di tanti volti: ho vissuto la mia infanzia e adolescenza a continuo contatto con i familiari - in casa eravamo dieci - e con gli amici, sia i compagni di classe sia quelli che con me frequentavano la parrocchia».
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C’è qualche episodio che ricorda con piacere?
«Sì, ma non so se si può dire: riguarda il gioco d'azzardo. Verso i 12-13 anni, insieme agli amici, ci eravamo organizzati in due squadre e avevamo iniziato a giocare a poker con una grande passione. Naturalmente non ci giocavamo del denaro, ma dei tappini. Ogni squadra saccheggiava tutti i bar della zona, fino a racimolare 10/15mila tappi di bibita, tanto che ormai i baristi ce li tenevano da parte per consegnarceli appena ci vedevano. Ricordo che per alcune settimane di seguito persino la notte era invasa dal poker, che nei sogni era diventato ricorrente. Poi in parrocchia sentii alcuni adulti criticare tra di loro il “gioco d'azzardo”, perché creava dipendenza e rovinava economicamente le famiglie; pensando allora di essere caduto in questa dipendenza - ed era vero, anche se non c'entravano i soldi nel mio caso - decisi immediatamente di smettere, perché in futuro avrei voluto formare una famiglia e non rovinarla. E riuscii a smettere quasi subito».
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Come ha capito che avrebbe intrapreso una strada religiosa nella sua vita?
«Se per “strada religiosa” si intende il sacerdozio, l’ho capito verso i 18 anni, all’ultimo anno delle scuole superiori. Non ho avuto alcuna visione, né intuizioni particolari. Semplicemente vedevo il mio parroco e altri preti contenti del loro servizio e pian piano è spuntata dentro di me l'idea che forse anch'io avrei potuto vivere in quel modo: cercando di donarmi agli altri e di donare a loro Gesù».
Che ricordi ha della sua città quand’era piccino?
«Roncadello era un paese agricolo e il ricordo è quello di tanti contadini al lavoro. Mi colpiva in particolare il fatto che tutti si conoscessero tra di loro e che non ci fossero recinti tra le case; infatti noi bambini e ragazzi andavamo continuamente da una casa all’altra senza problemi; avevamo fatto conoscenza con i vari cagnolini, con le galline e con i gatti; e anche le mucche erano diventate amiche. Sembra la storia di Heidi, ma in realtà la vita della campagna era proprio così. Mi piace poi spesso ricordare che l'unica lingua ammessa era il dialetto (romagnolo, naturalmente). Quando a 6 anni andai a scuola, sapevo molto meglio il dialetto dell'italiano; e anche adesso spesso “penso” in dialetto, perché ci sono delle espressioni più vive che in italiano. Però, normalmente parlo italiano».
Che cos’ha provato appena arrivato a Modena?
«Della città di Modena prima del 2015 conoscevo pochissimo. Mi vergogno quasi a dirlo, ma non ero mai stato in Duomo; l'avevo visto nei libri di storia dell'arte. Ero stato invece alcune volte in Seminario per qualche incontro e al Centro Famiglia di Nazareth per un corso. Due anni fa, quando sono arrivato come vescovo, ho sentito un grande calore umano e una accoglienza che mi ha da subito aiutato a superare la tristezza del distacco dai familiari e dai tanti amici lasciati a Forlì».
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