l’occupazione non favorisce le mamme
Quando la maternità “causa” le dimissioni
Maternità e lavoro, un equilibrio sempre più precario. Ne hanno discusso a Giurisprudenza Vittorina Maestroni e Natascia Corsini, rappresentanti del Centro documentazione donna (Cdd). L’associazione...
2 MINUTI DI LETTURA
Maternità e lavoro, un equilibrio sempre più precario. Ne hanno discusso a Giurisprudenza Vittorina Maestroni e Natascia Corsini, rappresentanti del Centro documentazione donna (Cdd). L’associazione culturale femminile ha condotto due ricerche qualitative sul nostro territorio. Maestroni parte da dati Istat dell’ottobre 2017, secondo cui «l’occupazione femminile ha raggiunto il record storico del 48,9%, ma è ancora distante dalla media europea del 65,3%». Il quadro è composto anche, prosegue la prima rappresentante del Cdd, «da un grande numero di dimissioni volontarie dopo un anno di nascita dei bambini. Le motivazioni sono l’assenza di parenti di supporto, i costi dei nidi e delle babysitter». Dalla premessa l’associazione ha intervistato lavoratrici dei settori pubblici e privati con almeno un figlio di cinque anni o meno. Una 44enne, libero professionista, ammette «che un lavoro precario e instabile ha senza dubbio ritardato la concretizzazione della maternità». Molto dipende dalle garanzie. «Avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato in un ente pubblico significa essere tutelati - replica una dipendente pubblica - . Non voglio parlare di privilegi perché si tratta di diritti, ma se si confronta la nostra situazione con il privato dobbiamo essere soddisfatti». Un conto è far nascere e crescere i figli, un altro tornare a lavoro. «La maternità ha comportato il blocco pressoché totale del lavoro nel primo anno di vita perché non potevo usufruire di congedi particolari», riprende una professionista di 44 anni. «Ci sono stati cambiamenti organizzativi nell’azienda che dirigo», aggiunge un’imprenditrice 39enne. «Un anno di aspettativa non retribuita mi ha consentito di rientrare al compimento di due anni di mio figlio», fa eco una dipendente privata di 44 anni. «Il part-time a tempo determinato può essere negato per esigenze di servizio, a differenza di chi l’ha avuto prima», riconosce una dipendente pubblica. «Servirebbe un congedo parentale di coppia», propone una 32enne, libero professionista. Corsini ha curato invece una ricerca sulla conciliazione tra vita e lavoro su donne non italiane. «I miei bambini sono nati in Italia, ma non hanno la cittadinanza», ricorda una donna nigeriana. I diplomi sono i titoli di studio più comuni tra le intervistate, ma non mancano le lauree. In media hanno 38 anni e almeno due figli a carico di 11 anni o meno. «Ho fatto corsi universitari e amministrativi - spiega una donna non italiana - per cercare di migliorare la vita per me e mio figlio». «La mente della donna è più che un computer», garantisce un medico camerunense dopo 12 ore di turno consecutive. «Le donne non italiane sviluppano differenti strategie - conclude Natascia Corsini - perché manca una rete parentale di supporto. Sono importanti la rete tra amici e gli scambi reciproci tra mamme». (g.f.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
