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la testimonianza di ebrima 

«Dal Gambia fino a Carpi tra prigione, morti e stenti»

«Dal Gambia fino a Carpi tra prigione, morti e stenti»

«Ringrazio l’Europa perché ha salvato e salva tanti rifugiati come me da quel cimitero che è diventato il mare che separa la Libia dall’Italia. Vorrei realizzare i miei sogni qui. A Carpi. La prima...

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«Ringrazio l’Europa perché ha salvato e salva tanti rifugiati come me da quel cimitero che è diventato il mare che separa la Libia dall’Italia. Vorrei realizzare i miei sogni qui. A Carpi. La prima città in cui ho vissuto stabilmente da quando sono sbarcato, nel 2014, dopo una vita di prigione e sofferenze. Di giorni in cui non sapevamo se avremmo mangiato o no». È un inno alla vita la storia di Ebrima Kuyatah, 23 anni: negli occhi l’intensità di mille esistenze vissute in una sola e la richiesta di far parte del popolo italiano. Non solo in senso pratico, ma anche morale “perché Carpi è la città più bella che abbia mai visto: qui voglio realizzare il sogno di trovare un lavoro con gli amici della parrocchia”.

Ebrima è stato uno dei protagonisti dell’appuntamento di “Carpi 2.0” organizzato al Caffè Martini di corso Cabassi per la presentazione del libro di Chaimaa Fatihi, “Non ci avrete mai” (ed. Rizzoli), con l’autrice e l’assessore all’Integrazione Milena Saina. La serata ha richiamato decine di partecipanti incuriositi dalla decisa presa di posizione di Chaimaa contro il terrorismo e dalle tappe di quel lungo percorso che ha portato Ebrima a Carpi.

«I carpigiani mi hanno aiutato a imparare l’italiano e a costruire la mia vita al sicuro dalle bombe e dalla guerra. Spero di poter fare qualcosa per contraccambiare la loro gentilezza - prosegue - Sono partito dal Gambia nel 2012 e ho attraversato due anni in giro per l’Africa, per strada. Sono passato per Senegal, Mali, Burkina Faso, Nigeria. Dalla Nigeria alla Libia ho visto persone morire nel deserto: io e i miei occasionali compagni di viaggio ci sentivamo inermi. Non potevamo aiutare chi moriva durante il tragitto: non ne avevamo i mezzi. In Libia ho trovato lavoro come saldatore e abitavo con decine di persone. Il datore di lavoro non mi pagava. Cercando di entrare a Tripoli mi hanno arrestato e sbattuto in prigione con dei banditi. Volevano soldi per lasciarmi andare, ma mio padre è morto, mia madre è povera. Così, un giorno, con i compagni di abbiamo sfondato il muro della finestra e fatto il salto verso l’esterno». Quel salto si è trasformato nell’approdo alla libertà per Ebrima che poi si è imbarcato su un barcone e ha raggiunto dopo un viaggio di stenti l’Italia.

Serena Arbizzi

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