Uccise la ex, Canò condannato a 18 anni
di Carlo Gregori
Sconterà anche 3 anni di casa-lavoro. Una sentenza più severa della richiesta del pm. Lui stesso ha chiesto una cella isolata
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Nel giugno 2016 strangolò e uccise la convivente Bernardetta Fella, 55 anni, conosciuta come “Betta”, nascondendo il cadavere in un frigorifero in cantina. Ieri il 51enne Armando Canò è stato condannato a 18 anni di carcere al termine di un processo con rito abbreviato per i reati di omicidio volontario e occultamento di cadavere.
La condanna del giudice Andrea Romito in merito al delitto avvenuto in strada Nazionale per Carpi è quindi più severa di quella richiesta dal pm Katia Marino: 17 anni di carcere comprendenti già lo sconto di un terzo della pena per il rito scelto. Il giudice ha dunque aggiunto un anno alla richiesta dell’accusa e ha deciso che, una volta scontata la pena in carcere, Canò dovrà anche restare per tre anni in una casa lavoro come quella di Castelfranco.
Nessuna provvisionale invece ai due figli della vittima, parte civile (assistiti dagli avvocati Nicoletta Tietto e Nicola Baisi) che avevano chiesto 30mila euro: la quantificazione del danno sarà stabilita in sede civile. Una volta ascoltata la sentenza, l’avvocato Francesca Pecorari, difensore di Canò, è andato a Piacenza per incontrare in carcere il 51enne. Canò è rinchiuso lì da mesi dopo che era stato aggredito da due detenuti durante un litigio. Lui stesso ha chiesto di restare da solo in una cella chiusa. Avrà diritto a un’ora d’aria al giorno. Non vuole avere contatti con nessuno. Non si sa neppure se, una volta rese note le motivazione della sua condanna (saranno depositate in febbraio), vorrà ricorrere in appello.
Si è chiuso così il primo procedimento giudiziario contro l’uomo che, messo alle strette, ha confessato di aver ucciso “Betta” nell’abitazione di lei dove era andato a prendere le sue cose per andarsene la termine di una burrascosa relazione. Canò era infatti un alcolista (ma questo suo stato non ha inciso sul processo dato che la perizia psichiatrica ha stabilito che al momento di uccidere era in grado di intendere e di volere) - e anche quella sera, come ha sempre sostenuto, era sbronzo. Sarà, ma il giudice ha ritenuto che si è trattato di un omicidio a tutto campo. Non ha strangolato Betta senza volerla uccidere, come sosteneva la difesa, ma lo ha fatto consapevole delle conseguenze. Così come ha nascosto il cadavere nel frigo della cantina di lei dimenticando accidentalmente di controllare se era collegato alla presa elettrica; e infatti con 30° di temperatura il frigo spento ha portato alla decomposizione veloce e alla scoperta del corpo.
Insomma, si è trattato di un omicidio vero. Era il tragico finale della reazione tra due persone che vivevano sole in condizioni difficili. Betta aveva sofferto a lungo le angherie di Canò. Nel 2012 lo aveva denunciato per un primo tentativo di soffocamento che le era costato 20 giorni di prognosi, ma poi aveva ritirato la denuncia forse per quel poco di affetto che le restava per un uomo che in fondo aveva amato. Si era lamentata più volte della sua brutalità verbale e fisica. Le forze dell’ordine sapevano della condizione ad alto rischio in cui viveva vicino a quell’uomo irascibile. I loro rapporto poi avevano preso una china ad alta tensione quando lui ha allacciato una relazione con un’altra donna. Questa è la cornice nella quale è maturato il cosiddetto “Delitto della Madonnina”. Un omicidio che ha fatto parlare di femminicidio ma che, come si vede, per la sua natura particolare presenta una sua specificità difficilmente riducibile a uno stereotipo.
La condanna del giudice Andrea Romito in merito al delitto avvenuto in strada Nazionale per Carpi è quindi più severa di quella richiesta dal pm Katia Marino: 17 anni di carcere comprendenti già lo sconto di un terzo della pena per il rito scelto. Il giudice ha dunque aggiunto un anno alla richiesta dell’accusa e ha deciso che, una volta scontata la pena in carcere, Canò dovrà anche restare per tre anni in una casa lavoro come quella di Castelfranco.
Nessuna provvisionale invece ai due figli della vittima, parte civile (assistiti dagli avvocati Nicoletta Tietto e Nicola Baisi) che avevano chiesto 30mila euro: la quantificazione del danno sarà stabilita in sede civile. Una volta ascoltata la sentenza, l’avvocato Francesca Pecorari, difensore di Canò, è andato a Piacenza per incontrare in carcere il 51enne. Canò è rinchiuso lì da mesi dopo che era stato aggredito da due detenuti durante un litigio. Lui stesso ha chiesto di restare da solo in una cella chiusa. Avrà diritto a un’ora d’aria al giorno. Non vuole avere contatti con nessuno. Non si sa neppure se, una volta rese note le motivazione della sua condanna (saranno depositate in febbraio), vorrà ricorrere in appello.
Si è chiuso così il primo procedimento giudiziario contro l’uomo che, messo alle strette, ha confessato di aver ucciso “Betta” nell’abitazione di lei dove era andato a prendere le sue cose per andarsene la termine di una burrascosa relazione. Canò era infatti un alcolista (ma questo suo stato non ha inciso sul processo dato che la perizia psichiatrica ha stabilito che al momento di uccidere era in grado di intendere e di volere) - e anche quella sera, come ha sempre sostenuto, era sbronzo. Sarà, ma il giudice ha ritenuto che si è trattato di un omicidio a tutto campo. Non ha strangolato Betta senza volerla uccidere, come sosteneva la difesa, ma lo ha fatto consapevole delle conseguenze. Così come ha nascosto il cadavere nel frigo della cantina di lei dimenticando accidentalmente di controllare se era collegato alla presa elettrica; e infatti con 30° di temperatura il frigo spento ha portato alla decomposizione veloce e alla scoperta del corpo.
Insomma, si è trattato di un omicidio vero. Era il tragico finale della reazione tra due persone che vivevano sole in condizioni difficili. Betta aveva sofferto a lungo le angherie di Canò. Nel 2012 lo aveva denunciato per un primo tentativo di soffocamento che le era costato 20 giorni di prognosi, ma poi aveva ritirato la denuncia forse per quel poco di affetto che le restava per un uomo che in fondo aveva amato. Si era lamentata più volte della sua brutalità verbale e fisica. Le forze dell’ordine sapevano della condizione ad alto rischio in cui viveva vicino a quell’uomo irascibile. I loro rapporto poi avevano preso una china ad alta tensione quando lui ha allacciato una relazione con un’altra donna. Questa è la cornice nella quale è maturato il cosiddetto “Delitto della Madonnina”. Un omicidio che ha fatto parlare di femminicidio ma che, come si vede, per la sua natura particolare presenta una sua specificità difficilmente riducibile a uno stereotipo.
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