Formigine. Caso Firem: «Non fu bancarotta Andare via era necessario»
di Carlo Gregori
In tribunale il perito dei Pedroni spiega che delocalizzare in Polonia è stato l’unico modo per evitare un crac. Fiom Cgil accolta come parte civile
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FORMIGINE. Il trasferimento della Firem in Polonia? Tutto in regola. Lo dice il consulente degli ex titolari dell’azienda fallita dopo la smobilitazione alla chetichella durante la chiusura delle ferie estive dell’agosto 2013. I macchinari della produzione portati via dallo stabilimento formiginese non avevano un valore apprezzabile nel contesto della crisi aziendale e generale, mentre in Polonia si sono rivalutati perché grazie a loro la produzione ha rimesso sul mercato l’azienda. Il perito ha presentato al giudice Eleonora Pirillo la sua relazione in favore degli imputati, principalmente i fratelli Pedroni (difesi dall’avvocato Luca Pastorelli), per dimostrare che non ci fu nulla di irregolare e tantomeno di illecito in quella decisione che portò alla chiusura della fabbrica e mise per la strada una quarantina di dipendenti, posti di fronte alla richiesta di trasferirsi in Polonia. E sette di questi operai con Cgil e Fiom ieri hanno ottenuto di partecipare all’udienza preliminare in veste di parte civile. Per la Fiom era presente il segretario provinciale Cesare Pizzolla. Il giudice ha concluso l’udienza fissano a gennaio la prossima durante la quale il pm Claudia Natalini potrà indicare un perito che presenterà una relazione sul fallimento Firem dal punto di vista dell’accusa in genere.
Il perito della difesa ha così ribadito che la delocalizzazione operata da Firem - che ha suscitato stupore e indignazione per le sue modalità - era in realtà regolare e che non c’è stato nessuna bancarotta intorno al successivo fallimento del ramo produttivo. I macchinari trasferiti nell’Est Europa, che hanno poi permesso di avviare la nuova azienda controllata, la Helkra, erano stati stimati per un valore di 2 milioni. La nuova società costituita per l’operazione era stata invece capitalizzata con 50mila euro, una somma che rispetto al valore dei mezzi di produzione era troppo esigua, come sottolineava la curatela fallimentare, assistita dall’avvocato Andrea Mattioli. E lo stesso curatore Anselmo Sovieni ha stimato in un milione l’entità della bancarotta. E proprio questo punto è stato l’argomento chiave del perito dei fratelli Pedroni (imputati con la fidanzata polacca di Tiziano Pedroni e un commercialista difeso dall’avocato Alessandro Sivelli): il valore stimato dei macchinari era solo virtuale visto il contesto di crisi: siccome i concorrenti si erano già trasferiti all’estero, l’azienda, restando a Formigine, era destinata a chiudere; portare i macchinari in Polonia ha significato rimettere la Firem sul mercato.
Il perito della difesa ha così ribadito che la delocalizzazione operata da Firem - che ha suscitato stupore e indignazione per le sue modalità - era in realtà regolare e che non c’è stato nessuna bancarotta intorno al successivo fallimento del ramo produttivo. I macchinari trasferiti nell’Est Europa, che hanno poi permesso di avviare la nuova azienda controllata, la Helkra, erano stati stimati per un valore di 2 milioni. La nuova società costituita per l’operazione era stata invece capitalizzata con 50mila euro, una somma che rispetto al valore dei mezzi di produzione era troppo esigua, come sottolineava la curatela fallimentare, assistita dall’avvocato Andrea Mattioli. E lo stesso curatore Anselmo Sovieni ha stimato in un milione l’entità della bancarotta. E proprio questo punto è stato l’argomento chiave del perito dei fratelli Pedroni (imputati con la fidanzata polacca di Tiziano Pedroni e un commercialista difeso dall’avocato Alessandro Sivelli): il valore stimato dei macchinari era solo virtuale visto il contesto di crisi: siccome i concorrenti si erano già trasferiti all’estero, l’azienda, restando a Formigine, era destinata a chiudere; portare i macchinari in Polonia ha significato rimettere la Firem sul mercato.
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