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Medicina rigenerativa, la sfida è l’hub

di Luca Gardinale
Medicina rigenerativa, la sfida è l’hub

Il professor Giovanni Pellacani: «Ampliando il centro si può continuare a scrivere la storia: si scelga l’area da riconvertire»

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E’ un po’ come avere un software che funziona benissimo e provare a costruirgli l’hardware attorno, in modo che non sia più necessario dover utilizzare quelli lontani: se ci si dovesse riuscire, i grandi traguardi già raggiunti potrebbero trasformarsi in conquiste storiche. Perché dopo lo straordinario intervento che ha permesso la cura di un “bambino farfalla”, il piccolo siriano afflitto da epidermolisi bollosa e operato in Germania con la pelle rigenerata dal Centro Ferrari dell’Università di Modena e Reggio Emilia, il professor Michele De Luca ha lanciato l’idea di un nuovo hub accanto al Centro rigenerativo, una struttura che consenta di mettere in pratica dal punto di vista clinico i risultati delle ricerche scientifiche effettuate dal dipartimento, che oggi invece vengono applicati in altre strutture, come nel caso dell’intervento avvenuto a Bochum. Un’idea che da tempo è stata sposata dal professor Giovanni Pellacani, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia e direttore della Struttura complessa di dermatologia del Policlinico. Professor Pellacani, come è nata l’idea? «Quello che sta facendo il professor De Luca, insieme al suo staff, è semplicemente storico: un nuovo modo di fare terapia è diventato reale, mettendo in pratica i risultati di vent’anni di ricerca. Dunque si tratta di sfruttare la grande opportunità del momento: il Centro di medicina rigenerativa ha gli strumenti, e l’idea, o forse il sogno, è quella di avere un centro in cui c’è tutto il meglio, con la possibilità di mettere in pratica le competenze scientifiche anche dal punto di vista clinico». Un’operazione che annullerebbe le distanze, dunque. «Sì: peraltro la logistica avrebbe vantaggi molto concreti, perché le cellule raccolte in sede e spostate altrove subiscono dei passaggi che possono comportare problemi, mentre annullare le distanze e operare subito risolverebbe questi problemi. Insomma, visto che abbiamo una “fabbrica” che riesce a fare miracoli, cambiando la genetica delle cellule, sarebbe l’ideale avere anche un sistema clinico con lo stesso livello di eccellenza per chiudere il cerchio». Il problema sarebbe reperire le risorse per costruire una nuova struttura... «In realtà quello che abbiamo in mente non è necessariamente un nuovo edificio: potrebbero essere anche spazi che fanno già parte del Centro rigenerativo, oppure quelli che sono all’interno del Policlinico. Non stiamo parlando di un nuovo Centro di medicina rigenerativa clinicizzato, ma pensiamo ad un adeguamento, a partire dalle strutture che ci sono già: potrebbe essere un edificio connesso, oppure uno spazio ristrutturato, o ancora un “ponte” verso il Policlinico». Per trasformare il sogno in realtà, insomma, bastano gli spazi e la possibilità di adeguarli alle nuove esigenze. «Esatto: basta avere un’area e avere la possibilità di riconvertirla. Quello che pensiamo, insomma, è qualcosa di organizzato per poter completare la filiera che parte dal Centro rigenerativo. In ogni caso, il “come” non spetta a noi stabilirlo. Il nostro, piuttosto, è un appello: abbiamo in mano la storia, sarebbe bello poterla scrivere».

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