I Green Days di Evelyn Daviddi Disegnare tutto e sempre Nel segno di “nonna Zita”
L’infanzia a Carpi, la stanza divisa con la prima confidente: un modello “A lei devo l’essere ribelle ancora oggi. E ai prof del Venturi mi ispiro...”
CARPI. Sguardi sognanti, atmosfere sospese, colori delicati, “timidi ma caldi”, rafforzati da un tratto di nero e un guizzo di rosso: c’è sempre una carezza nascosta dentro alle illustrazioni di Evelyn Daviddi, classe 1973, carpigiana, dal 2009 insegnante di illustrazione creativa alla scuola Internazionale comics di Reggio Emilia.
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Una poesia sospesa, una forza leggera, che assomiglia ai suoi ricordi d’infanzia: «Ricordo bene - racconta - la mia prima casa, a Carpi, dove vivevo con la mia numerosa famiglia, genitori, fratello, nonni e la mia adorata bisnonna Zita e il grande corridoio con il pavimento lucido dove correvo e giocavo con mio fratello e gli amichetti vicini di casa. E la mia camera, piccola e molto semplice, che condividevo con “la nonna Zita”, colonna portante per la mia crescita. Passavo con lei tutti i pomeriggi, mi veniva a prendere all’asilo ogni giorno e cucinava per me il mio piatto preferito. Sempre. Alla sera prima di addormentarci chiacchieravamo di tutto, era la mia confidente, il mio modello, e ascoltavo attenta le storie della sua giovinezza, storie di tempi lontani e episodi della sua vita difficile e della sua condizione di donna nata all’inizio del 900. Forse è per questo che io in fondo mi sento una ribelle, e mi sento così tanto legata alla mia indipendenza».
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Poi, attorno ai sei anni, un trasloco e l’ingresso a scuola, un doppio cambiamento importante: «Ci siamo trasferiti in una via dove vivevano molte famiglie con bambini, ed è qui che ho trovato la mia prima vera compagnia e la mia grande amica Stefania, con la quale ho ancora un forte legame. Passavamo assieme i pomeriggi in strada o nel parchetto dietro casa inventando mille avventure. Come quando c’era il cantiere con le villette di fronte alle nostre in costruzione, e noi, con assi, mattoni e scarti edili avevamo costruito una zattera, sulla quale inventavamo storie che io poi scrivevo e disegnavo».
Perché Evelyn disegnava tutto: «Sì, tutto e sempre. Nella mia mente quando ero sola, scorrevano storie come se fossero film, con personaggi fantastici e animali. Anche alle scuole elementari, quando la maestra ci faceva scrivere dei testi (li chiamavamo pensierini), io poi li disegnavo, per tutti, non solo per me. Credo, anche se inconsapevolmente, di aver deciso a 6 anni di fare l’illustratrice!».
«Di quegli anni - continua Evelyn - ricordo anche il tentativo di mia mamma di darmi un aspetto femminile: lei ogni mattina mi pettinava con le trecce o i codini e io, appena lei mi lasciava a scuola, mi scioglievo i capelli e mi sentivo libera. La mia famiglia lavorava in un’azienda di abbigliamento e mia mamma mi portava a casa abitini meravigliosi che io però rifiutavo preferendo i miei adorati jeans! Solo crescendo ho capito e apprezzato la parte femminile di me».
Passiamo alle scuole medie? «Il periodo delle medie - sorride mentre parla - è quello che ricordo forse in modo più sfocato, in tutti i sensi: i turbamenti adolescenziali, le insicurezze, i primi amori, sempre non corrisposti, e, ciliegina sulla torta, gli occhiali e l’apparecchio ai denti. Un vero disastro! La luce è ricomparsa a 14 anni, con la fine delle medie e l’inizio delle superiori: ho tolto l’apparecchio e messo le lenti a contatto e con autobus ogni mattina mi dirigevo verso l’istituto d’arte Venturi di Modena. Sono stati questi gli anni migliori della mia adolescenza, ho amato la scuola, studiavo tanto e con enorme piacere, ho conosciuto gli amici che ancora oggi frequento, ho avuto alcuni insegnanti che sono stati grandi maestri, d’arte e di vita. E oggi, che sono mamma di due liceali, spero tanto che abbiano la fortuna di avere dalla scuola le esperienze importanti e indimenticabili che ho avuto io. Spesso ripenso ai tempi del Venturi, e come insegnante mi ispiro ai miei maestri, con la speranza di rappresentare per i miei studenti quello che loro sono stati per me».
Monica Tappa
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