Formigine, la meraviglia di quel misterioso abbraccio madre figlio
La tomba bisoma delle Pieve romanica di San Giacomo è solo l’ultima delle tante scoperte fatte nel sottosuolo formiginese
FORMIGINE. Il corpo di un bambino adagiato accanto a quello della madre, che quasi sembra proteggerlo. La testa del piccolo che non doveva avere più di due anni, è in prossimità del ventre della donna, probabilmente in ricordo della sua gravidanza.
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È attorno questa scoperta, questa tomba bisoma riportata alla luce presso la Pieve romanica di san Giacomo che ha fatto perno l’altra sera la conferenza per fare il punto sui ripetuti ritrovamenti di siti archeologici nel territorio formiginese. In una delle sei sepolture emerse di epoca basso-medievale, sono stati infatti trovati anche due defunti collocati contemporaneamente nella medesima fossa.
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La conferenza al castello, seguita da un folto pubblico, è stata presieduta dal sindaco Maria Costi, con relatori la dottoressa Sara Campagnari (della Sopraintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le provincie di Modena, Reggio Emilia e Ferrara) e Francesco Benassi, archeologo di Archeomodena, una delle principali aziende della nostro provincia che, in questo biennio, ha riportato alla luce diversi reperti. Un viaggio tra i siti rivenuti nell'ex territorio dei Calcagnini le frazioni Casinalbo, Colombaro e Magreta, la cui storia ha avuto inizio in un periodo compreso tra il Neolotico e l'età del Bronzo, attraversando un periodo come quello dell'età del rame (III millennio a.C), soprattutto nel comparto Fogliani, a pochi passi dalla nuova Coop, dal cui sottosuolo sono emerse sia in primavera che poche settimane fa tombe e scheletri risalenti ad almeno cinque millenni fa. Aspetti inediti che hanno suscitato la curiosità di molti presenti.
Le prime ricerche archeologiche effettuate a Formigine risalgono alla seconda metà dell'Ottocento, poco dopo l'unità d'Italia, quando gli esperti iniziavano a porsi delle domande riguardo la presenza di vita ancor prima del mutamento subito dalla Pianura Padana causato dai fenomeni tettonici. Nel 1880, Antonio Crespellani, diede inizio ai primi lavori di scavo, trovando nel sottosuolo di Villa Gandini testimonianze antiche come le asce in pietra levigata. Anche nel XX secolo i lavori di scavo proseguirono, soprattutto negli anni ’40, quando l'archeologo Ferdinando Malvolti diede avvio al proseguimento delle attività iniziate nel secolo precedente, riportando alla luce strumenti utilizzati per la fusione del metallo, attività tipica al sorgere dell'età del ferro. Ma l'argomento che ha attratto maggiormente la curiosità dei presenti è stato lo sviluppo di civiltà rurali nei villaggi, circondati dal passaggio di torrenti e dalla vicinanza ai fiumi, come Casinalbo e Magreta. La frazione a ridosso del Secchia è stata infatti uno dei luoghi strategici della storia locale: opere di ceramica etrusca e celta, sono rinvenute alla luce, oltre ai resti degli antichi insediamenti a ridosso del principale emissario del Po, utilizzato dalle popolazioni antiche per raggiungere il grande fiume e le altre cittadine a ridosso del corso d'acqua.
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