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Pentito tira in ballo la Pica

NONANTOLA. Gli imprenditori della «Pi.ca. Holding» hanno goduto della scorta delle forze dell’ordine disposta dalla Dda di Napoli nel 2007, ma non erano proprio vittime del clan dei Casalesi. È l’accu...

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NONANTOLA. Gli imprenditori della «Pi.ca. Holding» hanno goduto della scorta delle forze dell’ordine disposta dalla Dda di Napoli nel 2007, ma non erano proprio vittime del clan dei Casalesi. È l’accusa emersa durante l’interrogatorio in aula nel tribunale di Napoli del collaboratore di giustizia Giuseppe Misso, ex affiliato al clan, fedelissimo del boss Francesco Schiavone «Sandokan». Lo ha riferito ieri il Mattino di Napoli, facendo il punto sul processo Medea, alle ultime battute. Francesco Piccolo e Raffaele Cantile fino a due anni fa erano considerati vittime del clan, i prefetti di Milano e quello di Modena li hanno poi esclusi dalla white list dopo che un ramo d’azienda della Co.Ge.Fon. dell’impresa di Pino Fontana, considerato dagli inquirenti legato al boss Zagaria, era stato ceduto all’azienda di Nonantola, dice il Mattino. «In sostanza - ha spiegato il pentito Misso - quando Sigismondo Di Puorto pianificò e mise a segno l’attentato a Cantile e Piccolo, il boss Michele Zagaria s’infuriò e voleva far fuori Di Puorto. Intervenni io per gli Schiavone e convinsi Zagaria a star fermo». I due imprenditori hanno replicato raccontando dell’attentato: «Riempirono di liquido infiammabile un bidone che utilizzavamo per depositare gli attrezzi e gli diedero fuoco». Denunciarono e fecero arrestare i responsabili. Per questo loro atto di coraggio la Dda aveva disposto la scorta, dice il Mattino.

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