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Persone, luoghi, storie: Sandro Campani svela il cuore dell’Appennino

di Michele Fuoco
Persone, luoghi, storie: Sandro Campani svela il cuore dell’Appennino

Il 43enne modenese è al quarto romanzo, edito da Einaudi  Ispirazione, linguaggio e scrittura: «Così nascono i miei libri»

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Quattro romanzi per Sandro Campani: “È dolcissimo non appartenerti più”, 2005, con Playground, “Nel paese del Magnano”, 2010, con Italic Pequod (una raccolta di racconti con cui ha vinto il Premio Loria), “La Terra Nera”, 2013, con Rizzoli, e ora “Il giro del miele” con Einaudi. Un traguardo invidiabile per lo scrittore quarantatreenne, “cresciuto” per 30 anni in Val Dragone (Montefiorino). La lunga esperienza montana ha lasciato il segno, tanto che le sue storie sono sempre ambientate in Appennino. È consapevole Campani di aver raggiunto una certa maturità nel linguaggio. Tanta felicità per essere approdato da Einaudi, «la casa editrice - dice - che ho sempre sognato».

Come concepisce un romanzo? E i tempi per scriverlo?

«Non essendo un animale da traino, non ho la capacità di mettermi a tavolino per pensare ad una traccia, ad una successione di eventi con i colpi di scena. Ci sono cose che mi colpiscono, mi fulminano, e sulle immagini di un luogo, di una persona comincio a lavorare, dando loro una connessione. Mi interessano molto di più la vita dei personaggi, dalle cui relazioni nasce la storia. La trama diventa l'ultima delle mie preoccupazioni. Mi sta a cuore anche la lingua con cui parlo e scrivo. Ci sono giorni in cui si va come un treno e altri con fiacca. Per me la gestazione è lunga. Passano non meno di tre anni tra un libro e l'altro».

Scrittore si nasce o si diventa? Sono utili i corsi di scrittura?

«Sono convinto che tantissime cose sulla scrittura si possono imparare, ma non credo a chi vuole crearsi un mestiere. Si tratta di avere una propria voce, un proprio occhio, sincerità nel guardare il mondo».

Sottopone ad un lavoro di lima i suoi scritti? Preferisce un linguaggio più strutturato o più disinvolto?

«Anche un linguaggio disinvolto, scorrevole può nascondere una perizia straordinaria, un controllo e un sentimento della propria lingua che sono elevatissimi. La pagina che voglio deve essere molto sciolta, ricca, suonare bene. E per arrivare a questo risultato ci vuole tanta fatica. Ho lavorato per anni su pagine che ho riscritto 50 volte».

Ha un altro lavoro. Ma le piacerebbe fare lo scrittore a tempo pieno?

«Come dice Ugo Cornia, “è meglio che la scrittura sia un'amante e non la moglie”. Faccio il grafico (diploma al Venturi di Modena e laurea al Dams di Bologna) per una ceramica a Sassuolo. È una fortuna avere un lavoro che mi dà sicurezza e mi permette di scrivere senza avere ansie, aspettative, ambizioni, “sgomitare” per il successo. Solo così si può avere con la scrittura un rapporto più sano, più gioioso».

Come è nata la vocazione?

«Da adolescente scrivevo poesie per ragazze che non mi consideravano. La convinzione di poter scrivere di ciò che m'interessava è verso i 25 anni. Da allora tutto quello che ho scritto è stato pubblicato. Ma non sono prolifico».

Quale scrittore le sta più a cuore? Il libro di cui ha subito il fascino?

«Tre autori con sfumature diverse: Steinbeck, il cui mondo mi ha segnato da piccolo; Beppe Fenoglio, tra i 18 e 22 anni, e ultimamente l’americano Allan Gurganus che fa uso di una lingua apparentemente semplice e di immagini visive di grande forza che sento mie. Il libro che più amo è “Al Dio sconosciuto” di Steinbeck, per la visione quasi mistica della natura e delle sue forze. Mi piacciono pure “I racconti delle Kolyma” del russo Salamov, sorprendente nel mettere in rapporto il paesaggio con i personaggi. Sono tutte storie ambientate nei gulag, senza la pretesa di una denuncia sociale. Un romanzo di potenza primigenia».

A chi è grato per questa piacevole avventura letteraria?

«Emidio Clementi, maestro del mio primo corso di scrittura; Andrea Bergamini mio primo editore; Giulio Mozzi che stimo molto: è il mio primo lettore quando ho una storia, e dà consigli illuminanti. Per l'ultimo libro Marco Peano, di grandi qualità umane e professionali».

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