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Castelnuovo: settore carni, ecco i nuovi schiavi Il lavoro offerto a prezzo di saldo

di Sara Donatelli
Castelnuovo: settore carni, ecco i nuovi schiavi Il lavoro offerto a prezzo di saldo

Operai impiegati per pochi soldi si trovano anche a pagare Iva e Irpef per conto dei vertici aziendali Subappaltare conviene a tanti: 11 euro all’ora contro i 25. La legge punisce il caporalato ma lo sdogana

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CASTELNUOVO. Per comprendere a pieno quanto sta accadendo in seguito alle proteste dei lavoratori della Castelfrigo che si stanno opponendo al licenziamento di massa, è utile allargare lo sguardo sull’intero sistema del distretto modenese della lavorazione delle carni e sul suo modello di organizzazione del lavoro. Si tratta di un complesso industriale di cui si servono le più importanti aziende salumiere ed è dunque fondamentale comprendere i meccanismi di concorrenza che si sviluppano all’interno di esso.

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L’assegnazione dei lavori si basa su due passaggi fondamentali: la ditta committente sottoscrive un contratto di appalto con il consorzio che a sua volta, sempre tramite appalti, riassegna i lavori alle cooperative. Analizzando i bilanci delle imprese appaltatrici, il dato che emerge è un drastico abbassamento del costo medio del lavoro: 20-25 euro l’ora se si presta servizio in una ditta committente, 11-13,50 se si è assunti all’interno di una cooperativa. Il vertiginoso abbassamento del costo del lavoro genera inevitabilmente fenomeni come lo sfruttamento dei lavoratori (quello che viene definito “nuovo caporalato”) e la concorrenza sleale. Si allarga sempre di più il dumping contrattuale che penalizza tutte quelle imprese che intendono rispettare le leggi e i Contratti collettivi nazionali, ma che devono al contempo reggere la concorrenza con un competitore che abbatte i costi del lavoro di oltre il 40%.

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Altro fattore è la brevissima durata degli appalti che risulta legata a doppio filo con le considerevoli evasioni fiscali e contributive registrate dalla Guardia di Finanza all’interno del distretto, non a caso si parla di “operazione Iva”. L’azienda committente attraverso le fatture paga il consorzio per il lavoro svolto. Quest’ultimo non versa l’Iva, ma la scarica sulle cooperative che, al momento di saldare, dichiarano il fallimento. Ecco spiegato il motivo per cui gli appalti vengono tenuti in vita un paio d’anni: le cooperative chiudono i battenti, i lavoratori perdono il posto di lavoro e lo schema si ripete.

L’aspetto legislativo, purtroppo, non aiuta. Grazie alla legge 29 ottobre 2016 numero 199 il codice penale italiano dispone finalmente di una norma che ha introdotto il reato di caporalato: ad essere punito non è solo chi che mette in atto un’intermediazione illecita di manodopera, ma anche chi approfitta dello “stato di bisogno” dei lavoratori, dunque il committente. Questa legge tuttavia deve scontrarsi con quanto stabilito dal Jobs Act, che ha completamente depenalizzato la somministrazione irregolare di manodopera. Da sanzione di tipo penale diventa sanzione amministrativa ed essendo retroattiva viene applicata anche a casi avvenuti negli anni precedenti. La multa prevista è di 50 euro al giorno per ogni lavoratore, cifra che viene ridotta di un terzo se la ditta committente e la cooperativa pagano entro 60 giorni. La sanzione complessiva non può però superare i 50mila euro.

Gli effetti di questa norma sono stati subito evidenti: nel 2015 viene accertata la somministrazione irregolare di manodopera ai danni di 100 lavoratori impiegati in tre cooperative. La sanzione amministrativa dovrebbe dunque essere di un milione e 250mila euro. Tuttavia, in seguito alle nuove normative, la cifra è crollata ad appena 16.667 euro. Sanzione modestissima per imprese che possono superare i 300 milioni di euro di fatturato.

Paradossalmente, questo sistema espone ancora di più i lavoratori delle cooperative. Nel momento in cui la Guardia di Finanza contesta la legittimità di un appalto, per recuperare Iva e Irap evasi dal committente e dall’appaltatore, verifica anche le modalità di retribuzione dei dipendenti che il più delle volte presentano somme di denaro erogate come «trasferte» o «rimborsi a piè di lista», tutte voci non tassabili. In seguito a questi accertamenti fiscali, per un solo anno di imposta un singolo lavoratore si ritrova a pagare 4.650 euro; cifra che, se moltiplicata per i 100 lavoratori di un medesimo sito produttivo, arriva a 465mila euro. Contro i 16.667 euro che andrebbero invece a pagare committente ed appaltatore. Insieme.

Risulta dunque evidente come la posta in gioco sia notevolmente alta, e non riguarda solo l’aspetto economico, ma anche e soprattutto la credibilità di uno dei comparti produttivi italiani più importanti in Europa. Il sistema oggi vigente ha fatto emergere situazioni al limite della legalità, ed a volte veri e propri reati, senza contare la possibilità, sempre più alta, di infiltrazione da parte delle organizzazioni criminali sulle quali hanno messo gli occhi gli investigatori con fascicoli conoscitivi.

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