Gazzetta di Modena

Modena

Istituti professionali «È ora di cambiare»

di Vincenzo Brancatisano
Istituti professionali «È ora di cambiare»

Il dirigente Giorgio Siena analizza la situazione scolastica: «Troppi insegnamenti liceali, la dispersione è in aumento»

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Quel cestino serva a qualcosa, perché qualcosa deve cambiare. Il lancio del cestino sulla testa di una professoressa di matematica offre l’occasione per aprire un dibattito sulla realtà degli istituti professionali modenesi ed emiliani. Da più parti ci si interroga sulla vera utilità della strada intrapresa in Emilia negli anni scorsi, quando fu deciso che agli studenti degli istituti professionali dovesse essere garantito non solo il successo formativo ma anche, nell’ottica di un nobile auspicio, il diritto a un’istruzione più ampia e generalista possibile. Vi si iscrivono per fare i grafici, i meccanici, gli odontotecnici e invece dei laboratori i ragazzi trovano anche aule “liceali” capaci di inibirli. Vorrebbero sporcarsi le mani e invece se le devon pulire per occuparsi di Dante e Boccaccio. Ma ora «qualcosa deve cambiare».

Con questo motto, il preside Giorgio Siena, dirigente scolastico dell’Istituto “Giuseppe Luosi” di Mirandola, la città del cestino, lancia oggi il sasso nello stagno. Già membro del comitato scientifico regionale per la sperimentazione della Legge 12/2003 relativa all'istituzione dei bienni integrati, fra istruzione e formazione professionale e rappresentante delle scuole superiori della provincia di Modena nella conferenza regionale per l'istruzione e la formazione professionale, Siena si augura che l’episodio serva a qualcosa e ritiene che «le scuole professionali in molte realtà sono davvero in forte crisi, e non sono tanto i singoli episodi».

Rammenta che dall’istruzione professionale è nata gran parte della piccola e media impresa modenese negli anni 70, mentre «oggi le cose sono cambiate, ma siamo sempre, almeno al nord, un grande Paese manifatturiero».

Chi non conosce nel dettaglio la nostra scuola deve sapere, riassume lui, che dal riordino del 2010, l’istruzione professionale statale dura 5 anni; il precedente percorso triennale, che portava alla qualifica, è stato affidato alle Regioni dopo la modifica costituzionale del 2001. In Italia esistono di fatto due modelli di riferimento, e semplifica: a) quello emiliano-romagnolo di tipo sussidiario integrato, e cioè con il percorso di qualifica – tre anni – incluso in quello quinquennale statale; b) quello lombardo di tipo sussidiario complementare con due distinti percorsi dopo la scuola media, uno d’istruzione quinquennale statale e l’altro di formazione professionale. Il sistema emiliano romagnolo punta a fornire un’istruzione comune e a portare più studenti al diploma, quello lombardo avvia un canale precoce verso la formazione professionale, con qualifica, e un altro percorso verso il diploma. In teoria il modello emiliano è più inclusivo e offre agli studenti maggiori possibilità di un’istruzione completa. «Manifesta però problemi evidenti - precisa Siena - la dispersione scolastica e gli abbandoni non sono diminuiti, anzi; il percorso integrato dà origine a classi con tassi di demotivazione e ritardo formativo che, se non colmati in tempo, agiscono in negativo sull’intera classe; molti studenti, stranieri e non, non sopportano più la scolarizzazione imposta e finiscono per rifiutare la scuola».

Infine, «i dati Invalsi del biennio professionale dimostrano il livello più basso degli esiti, in Emilia, rispetto all’area di Nord Est». «Mi viene da pensare - conclude Siena - che in Regione si dedichi troppo poco tempo agli effetti delle scelte poiché si è inclini a credere che basti la teoria o l’idea, e il resto va da sè. Ma non è così».



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