Il diritto ha... il suo rovescio Le discriminazioni in agguato
di Monica Tappa
Giornata nazionale per ricordare la Convenzione Onu recepita dalle leggi italiane Ma nelle pratiche quotidiane, anche a scuola, c’è molto da fare: per essere uguali
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Sentiremo parlare tantissimo di diritti questa settimana. Diritti dei bambini. Il perché è semplice: il 20 novembre si celebra, come ogni anno, la Giornata internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Perché proprio in questa data? La risposta ce la fornisce la storia: la Convenzione sui diritti dell’infanzia è stata infatti approvata e firmata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 a New York. Solo un paio di anni dopo è stata inserita nell’ordinamento italiano con la legge n. 176/1991. Gli oltre 190 stati che l’hanno firmata hanno l’obbligo di seguire le 54 norme che la compongono per non incorrere in richiami e sanzioni (e l’Italia, diciamolo, non è proprio tra i “primi della classe”). I principi generali, che vengono sviluppati nei vari articoli della Convenzione, sono fondamentalmente quattro: non discriminazione, superiore interesse del minore, diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo e partecipazione e rispetto per l’opinione del minore. “Tutti i bambini sono uguali” si legge ad esempio nell’articolo 2 “senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza”. In sintesi si parla del diritto a non essere discriminati, esclusi, isolati. E così scontato? La risposta è no. «Quando mi portano un ragazzo/a - afferma Luisa Zaccarelli, psicologa e tutor modenese - la prima cosa che mi chiedo è come sta. Come vive. Se si sente bene o ha sofferenze. Perché se uno sta bene è bello e sano e la strada per fare bene le cose c’è. Se non si sta bene qualsiasi tentativo cade nella voragine del dolore. È quanto si sta bene che mette in equilibrio tutto il resto. Recuperiamo il valore». Quel “quanto” di cui parla Luisa, fa la differenza. E la responsabilità di quel “quanto” è degli adulti.
Sembra banale dire ma sì dai lo sappiamo che i bambini sono tutti uguali, dove sta il problema? E invece il confine tra un atteggiamento rispettoso e uno discriminatorio, spesso, è molto labile (e va ben oltre le macro discussioni, sia a livello istituzionale, sia nel privato). Il fatto è che avere uguali diritti non significa fare tutti le stesse cose nello stesso modo, ad esempio, ovvero uguali diritti non è sinonimo di uguali trattamenti. Ci sono bambini, in sintesi, che possono semplicemente aver bisogno di qualcosa di differente per accedere agli stessi diritti degli altri. E qui, come si dice, cade l’asino. Un esempio molto banale: nonostante le normative di riferimento, molti studenti riconosciuti come dsa, ovvero persone che hanno semplicemente un diverso modo di comprendere, assimilare, memorizzare le informazioni rispetto allo standard riconosciuto, vengono etichettati come privilegiati se chiedono di poter usare una tastiera o una mappa durante interrogazioni e verifiche. O lasciati indietro. Abbandonati a se stessi. Si è passati in un attimo dal diritto al privilegio e alla discriminazione. In un attimo. E per colpa di cosa? Della confusione che si fa tra diritto e trattamento. Ci vuole pochissimo a scivolare nella discriminazione. Va ribadito: non discriminazione significa avere “uguali diritti” e non “uguali trattamenti” perché questi ultimi possono rivelarsi svantaggiosi per alcuni. Lo stesso ragionamento e la stessa distinzione, sostanziale tra diritto, trattamento e privilegio vale a trecentosessanta gradi nella vita quotidiana di ogni bambino. Dalla mensa alle feste, dalla salute alla cittadinanza. Dovrebbe bastare il buon senso, purtroppo non basta neppure una Convenzione internazionale.
(© Thé Tjong-Khing, “Bosch”, Beisler Editore, 2017)
Sembra banale dire ma sì dai lo sappiamo che i bambini sono tutti uguali, dove sta il problema? E invece il confine tra un atteggiamento rispettoso e uno discriminatorio, spesso, è molto labile (e va ben oltre le macro discussioni, sia a livello istituzionale, sia nel privato). Il fatto è che avere uguali diritti non significa fare tutti le stesse cose nello stesso modo, ad esempio, ovvero uguali diritti non è sinonimo di uguali trattamenti. Ci sono bambini, in sintesi, che possono semplicemente aver bisogno di qualcosa di differente per accedere agli stessi diritti degli altri. E qui, come si dice, cade l’asino. Un esempio molto banale: nonostante le normative di riferimento, molti studenti riconosciuti come dsa, ovvero persone che hanno semplicemente un diverso modo di comprendere, assimilare, memorizzare le informazioni rispetto allo standard riconosciuto, vengono etichettati come privilegiati se chiedono di poter usare una tastiera o una mappa durante interrogazioni e verifiche. O lasciati indietro. Abbandonati a se stessi. Si è passati in un attimo dal diritto al privilegio e alla discriminazione. In un attimo. E per colpa di cosa? Della confusione che si fa tra diritto e trattamento. Ci vuole pochissimo a scivolare nella discriminazione. Va ribadito: non discriminazione significa avere “uguali diritti” e non “uguali trattamenti” perché questi ultimi possono rivelarsi svantaggiosi per alcuni. Lo stesso ragionamento e la stessa distinzione, sostanziale tra diritto, trattamento e privilegio vale a trecentosessanta gradi nella vita quotidiana di ogni bambino. Dalla mensa alle feste, dalla salute alla cittadinanza. Dovrebbe bastare il buon senso, purtroppo non basta neppure una Convenzione internazionale.
(© Thé Tjong-Khing, “Bosch”, Beisler Editore, 2017)
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