Franco Guerzoni Vita e dubbi d’artista sotto il dipinto
di Michele Fuoco
“Oeuvre” non è un catalogo tradizionale, ma il racconto di “come si costruisce un'opera, degli umori che la nutrono”
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Non il solito catalogo tradizionale per la mostra che Franco Guerzoni ha tenuto a Roma, presso la galleria Monitor. Ma un vero libro, dal titolo “Oeuvre” (Skira, pp. 192, euro 24), con prefazione di Davide Ferri, in cui l'artista rompe gli schemi canonici della presentazione dell'opera, per confessare il modo di procedere nel suo lavoro. Un libro sulla materialità del fare che ha accompagnato, per due anni, la costruzione della mostra nella capitale.
«Mi sono incaricato di raccontare nel libro - dice Guerzoni - le indecisioni, le strade da prendere, i depistamenti rispetto a quello che intendevo fare. Un viaggio parallelo per rivelare ciò che è dentro il dipinto e non quello che è fuori». Lungi da lui di voler dare una lettura della sua opera. Un compito che l'artista sostiene di affidare al critico. «Non voglio sostituirmi a chi guarda. Parlo di ciò che è sotto la pelle del dipinto, di come si costruisca un'opera, degli umori, degli elementi che la nutrono, dei tentennamenti, di un mondo che è sostanzialmente un'avventura. Parlo del mestiere, di come il dipinto cresca anche quando ti tradisce».
E nel suo atelier ci si imbatte negli strumenti e materie del mestiere: secchi con colle, sacchetti con pigmenti, garze arrotolate, scatole di gesso, fili di rame, tele, pennelli, spatole e raschietti.
L'artista, che continua attraverso i grandi cicli di opere la sua indagine sul tempo e sulla poetica della rovina, pervenendo ad una sorta di archeologia senza restauro, afferma la fattualità dell'opera sul filo di un impegno, di una fatica quotidiana che consente alla pittura di maturare una forte ragione di esistenza. Così l'arte acquista valore di esperienza e di scoperta, di rivelazione di percorsi più persuasivi dell'itinerario creativo, con uno scavo inteso come trepida volontà di conoscenza, viaggio nel tempo e oltre il tempo. Così se con il libro “Viaggio di sola andata con Luigi Ghirri” viene ricordata la stagione degli anni '70, quella dell'uso della fotografia, con questo nuovo volume affiora l'ansia di recupero delle più segrete ragioni del fare pittura, tra fine anni '70 e primi anni '80, che si pone, per l'artista, come correlativo della propria storia interiore. E questo processo di verifica dell'interiorità viene nutrito anche dalla parole di Marc Augé e Umberto Galimberti che sono entrati nel lavoro del modenese; dalla riflessione sugli aspetti specifici del linguaggio pittorico e sulla complicità di altre forme creative di maestri che hanno illuminato il suo cammino.
«Mi piace molto camminare - scrive Luciano Anceschi nel 1993 - tra le “carte” di Guerzoni, con quel continuo senso della scoperta e della sorpresa, che le contrassegna tra i residui inquieti di una storia non dimenticabile, le invenzioni attive di una disperazione vissuta in un mondo di rovine, e l'avventura attraente di un colore sorprendente, invitante e sapientemente allusivo».
Piace a Guerzoni il gioco di “accostamenti azzardati”, come quello di porre, all'ultima pagina del libro, il suo ritratto pittorico realizzato dal critico Renato Barilli. Una inversione di ruoli, capace di intrecciare, con un certo compiacimento, un inconsueto “dialogo” di divertita fantasia e ironia. Di “spiazzamento” è pure la considerazione su quando il dipinto può essere ritenuto completo.
«Generalmente si abbandona il lavoro quando il dipinto sorride. Nel mio caso, l'abbandono è provocato da una sorta di sfinimento. Non sempre il termine è carico di riflessioni negative; l'allontanamento può essere uno strappo, ma anche un patteggiamento col lavoro che abbandono in seguito alla promessa di un nuovo lavoro».
Michele Fuoco
«Mi sono incaricato di raccontare nel libro - dice Guerzoni - le indecisioni, le strade da prendere, i depistamenti rispetto a quello che intendevo fare. Un viaggio parallelo per rivelare ciò che è dentro il dipinto e non quello che è fuori». Lungi da lui di voler dare una lettura della sua opera. Un compito che l'artista sostiene di affidare al critico. «Non voglio sostituirmi a chi guarda. Parlo di ciò che è sotto la pelle del dipinto, di come si costruisca un'opera, degli umori, degli elementi che la nutrono, dei tentennamenti, di un mondo che è sostanzialmente un'avventura. Parlo del mestiere, di come il dipinto cresca anche quando ti tradisce».
E nel suo atelier ci si imbatte negli strumenti e materie del mestiere: secchi con colle, sacchetti con pigmenti, garze arrotolate, scatole di gesso, fili di rame, tele, pennelli, spatole e raschietti.
L'artista, che continua attraverso i grandi cicli di opere la sua indagine sul tempo e sulla poetica della rovina, pervenendo ad una sorta di archeologia senza restauro, afferma la fattualità dell'opera sul filo di un impegno, di una fatica quotidiana che consente alla pittura di maturare una forte ragione di esistenza. Così l'arte acquista valore di esperienza e di scoperta, di rivelazione di percorsi più persuasivi dell'itinerario creativo, con uno scavo inteso come trepida volontà di conoscenza, viaggio nel tempo e oltre il tempo. Così se con il libro “Viaggio di sola andata con Luigi Ghirri” viene ricordata la stagione degli anni '70, quella dell'uso della fotografia, con questo nuovo volume affiora l'ansia di recupero delle più segrete ragioni del fare pittura, tra fine anni '70 e primi anni '80, che si pone, per l'artista, come correlativo della propria storia interiore. E questo processo di verifica dell'interiorità viene nutrito anche dalla parole di Marc Augé e Umberto Galimberti che sono entrati nel lavoro del modenese; dalla riflessione sugli aspetti specifici del linguaggio pittorico e sulla complicità di altre forme creative di maestri che hanno illuminato il suo cammino.
«Mi piace molto camminare - scrive Luciano Anceschi nel 1993 - tra le “carte” di Guerzoni, con quel continuo senso della scoperta e della sorpresa, che le contrassegna tra i residui inquieti di una storia non dimenticabile, le invenzioni attive di una disperazione vissuta in un mondo di rovine, e l'avventura attraente di un colore sorprendente, invitante e sapientemente allusivo».
Piace a Guerzoni il gioco di “accostamenti azzardati”, come quello di porre, all'ultima pagina del libro, il suo ritratto pittorico realizzato dal critico Renato Barilli. Una inversione di ruoli, capace di intrecciare, con un certo compiacimento, un inconsueto “dialogo” di divertita fantasia e ironia. Di “spiazzamento” è pure la considerazione su quando il dipinto può essere ritenuto completo.
«Generalmente si abbandona il lavoro quando il dipinto sorride. Nel mio caso, l'abbandono è provocato da una sorta di sfinimento. Non sempre il termine è carico di riflessioni negative; l'allontanamento può essere uno strappo, ma anche un patteggiamento col lavoro che abbandono in seguito alla promessa di un nuovo lavoro».
Michele Fuoco
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