Gazzetta di Modena

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Ecco chi è davvero il “Robin Hood” del grano miracoloso

di Davide Berti
Ecco chi è davvero il “Robin Hood” del grano miracoloso

«Volevo fare l’archeologo, di nascosto andavo col trattore nei campi di Fanano. In Italia pochi investono nella ricerca»

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Da Modena all’Australia, passando per Stati Uniti e Germania per poi finire in Marocco. Lui stesso non ha paura a definirsi “cervello in fuga”. Merito suo, un po’ colpa dell’Italia, la realtà dei fatti è che oggi in tanti parlano di cibo, di bio, di agricoltura, di agrifood (che fa molto tendenza, fa… fico) ma in pochi hanno i titoli per farlo. Filippo Bassi, modenese doc di 35 anni, una vita trascorsa in via Giotto prima di girare il mondo, oggi è il talento che ha inventato una qualità di grano capace di resistere alle alte temperature, quindi in grado di essere coltivate anche nelle zone più aride del mondo. Una rivoluzione, dal laboratorio al campo. Lui stesso non si nasconde, dice quello che pensa dalla sua scrivania di Rabat, all’Icarda, il centro internazionale per la ricerca nelle regioni aride.

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Come si arriva, così giovani, a capo del programma internazionale di breeding del frumento duro?

«Con passione, per caso, grazie a un’intuizione. C’è tutto in questi anni di lavoro. Prima lo studio alla triennale di Agraria all’università di Modena e Reggio, un master che mi ha portato in Australia, poi la Germania per pochi mesi e il dottorato negli Stati Uniti».

Sempre con la missione del “cibo per tutti”?

«In realtà no, quando mi sono laureato erano i tempi della mucca pazza e cercavo frammenti di ossa nelle farine».

Sempre farina è…

«Il dottorato negli Stati Uniti mi ha portato a sviluppare il miglioramento vegetale, vera e propria genetica. Ma al Marocco sono arrivato grazie ad un amico che nell’università svedese è una personalità. Da tempo ci eravamo detti che dovevamo fare qualcosa insieme lavorando sul cambiamento climatico. Abbiamo partecipato ad un bando e i finanziamenti sono arrivati quando abbiamo deciso di concentrarci sulle terre bagnate dal fiume Senegal».

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Non proprio dietro l’angolo.

«Io sono di base in Marocco, qui ho avuto la possibilità di studiare, fare ricerca, di fare strada come ricercatore e tra poco diventerò senior. Lavoro come responsabile del frumento duro all’Icarda e mi è venuto naturale pensare a questi luoghi, tra Mauritania, Senegal e Mali, dove la situazione è spesso difficile».

Quando avete iniziato?

«Quattro anni, e pochi giorni fa abbiamo fatto l’ultima semina. Si inizia a novembre, si raccoglie a fine febbraio e per il resto dell’anno quelle terre sono coltivate a riso. Quando arriviamo a novembre nel campo non si trova niente, brullo e arido. Abbiamo iniziato a studiare dalle carte dei colonizzatori francesi, come bibliotecari all’antica, e siamo arrivati ad ottenere questo prodotto in grado di sopportare una temperatura costante tra i 35 e i 40 gradi».

Ci spieghi con un esempio quanto questa scoperta ha il sapore di un’impresa.

«È come andare da un coltivatore modenese e chiedergli di farti una bella papaya, un mango o una noce di cocco. Il concetto è stato questo: arrivare in un paese che sembrava impossibile, dove mancava questa cultura, e arrivare a sviluppare una possibilità concreta. Lo scopo è duplice: intervenire in queste zone del mondo per favorire anche un loro ingresso nel mercato e dare una risposta al fenomeno del cambiamento climatico che ci riguarderà presto da vicino».

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Quanto da vicino?

«La temperatura del nostro bacino del Mediterraneo aumenterà entro breve tempo di tre o quattro gradi. Sapere che esiste un prodotto in grado di crescere anche a queste temperature è un vantaggio per tutti, anche per l’agricoltore dell’Emilia Romagna».

Quanto le manca l’Italia?

«Torno tutti gli anni a Natale e alcuni giorni d’estate. Lì c’è la mia famiglia, gli amici, i ricordi. Ma lavorativamente parlando sento di avere fatto la scelta giusta».

Cervello in fuga?

«Sarei bugiardo a negarlo. Oggi in Italia non ci sono le possibilità che mi vengono date all’estero».

Perché? Eppure si parla tanto di food in termini di ricerca e sviluppo.

«Si parla, ma ci vogliono le intenzioni e insieme a quelle devono arrivare i finanziamenti. Sa quante prove abbiamo fatto per arrivare a creare questo frumento?».

No. Quante?

«Diecimila. Significano ore lavoro, particelle sperimentali, manodopera, fertilizzanti, ettari di terreno. Questa è la base. Mi pare che in Italia si parli tanto di cibo e agricoltura biologica ma poi non si stia percorrendo questa strada con i giusti mezzi. Si vede solo la parte di market, di business e non quello che ci sta dietro, la ricerca, che va finanziata».

Quando ha deciso che avrebbe lavorato in questo settore?

«Pensare che volevo fare l’archeologo...».

C’è sempre la terra di mezzo.

«Già, forse era già scritto. La mia casa, in via Giotto a Modena, ora è praticamente in centro e una volta era una fattoria di campagna. I ricordi belli di Modena mi portano anche a Fanano, dove trascorrevo intere giornate a lavorare in una fattoria di amici: lì ho imparato in segreto a guidare un trattore, ma non si deve sapere...».

Un modenese in Marocco: difficile ambientarsi?

«Abbiamo in comune una cultura mediterranea, finché c’è il mare la gente si assomiglia tutta: mangiamo le stesse cose cotte in modo diverso, il frumento duro è il cuore di tutto il Mediterraneo, come lui c’è solo la sambuca, che cambia nome ma c’è in ogni Paese. L’unica differenza è la religione. Io qui in Marocco mi sono sposato, e sono diventato musulmano. Rabat è bellissima, il paese ospitale, consiglio a tutti di farci un salto, c’è anche del buon vino. Certamente si sta meglio che a Fargo, nel Nord Dakota - stessi scenari dell’omonimo film dei fratelli Coen e della serie televisiva - quando ero negli Stati Uniti».

Come viene accolto quando visita le fattorie nei paesi africani e asiatici.

«Quando vedono che ti sporchi le mani vinci la diffidenza iniziale».

Mai avuto paura?

«In realtà ho più timori quando sono nelle città. Nei posti rurali si riesce sempre a stabilire un contatto. Poi è chiaro che ci sono anche situazioni complicate, come quando sei costretto ad indossare un turbante nero che ti copra interamente lavorando vicino alle zone del Sahara dove operano milizie di Boko Haram».

Quando la vedremo lavorare a Modena?

«Per ora non penso sia possibile. Abbiamo collaborazioni con altre città, Bologna e Foggia ad esempio, ma non Modena».

Il progetto dei sogni?

«Rivedere l’Italia al centro del Mediterraneo, non geograficamente ma politicamente. E magari essere quel tecnico, quel ricercatore che favorirà questo processo, se è vero che l’agricoltura in Italia è il cuore di tutto. Per ora continuo a fare il Robin Hood: coi fondi di ricerca dei paesi ricchi si interviene nei paesi più poveri. Ma in Italia questi fondi non ci sono».
 

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