Gazzetta di Modena

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Il racconto del padre di Leo: «Ho capito troppo tardi che qualcosa non andava»

di Carlo Gregori
Il racconto del padre di Leo: «Ho capito troppo tardi che qualcosa non andava»

L’avvocato Giberti ripercorre attimo per attimo il tragico pomeriggio del delitto «Perdiamo un figlio d’oro, è un dolore immenso. Non sapevamo che fosse gay»

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MODENA. «Per me e per sua madre Sofia, la mia compagna, sarà molto difficile capire cosa è successo, accettare la sua morte. Per noi Leo resterà il ragazzo che abbiamo conosciuto e amato: un ventenne intelligente, solare, disponibile, uno studente di ragioneria ai corsi serali che si manteneva da solo facendo il cameriere di ristorante oltre che il barista “a chiamata” in via Castellaro. Oggi veniamo a scoprire un lato oscuro del suo carattere. Dopo il suo omicidio abbiamo saputo che aveva una vita privata che non conoscevamo. Per noi, resterà per sempre un ragazzo splendido». L'avvocato Andrea Giberti, giudice onorario a Bologna, ha appena saputo come stanno andando le indagini e degli arresti di minorenni. Teme che quanto accaduto possa deformare il ricordo di Leo, col quale viveva da tre anni nella stessa casa dove è stato ucciso, al sesto piano del condominio in piazza Dante.

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«Sono a pezzi. Quando abbiamo visto il suo corpo, io e la mia compagna abbiamo urlato dal dolore. Gridavamo di chiamare il 118. Per fortuna il nostro vicino moldavo sapeva come comportarsi in questi casi e si è preso cura di lei, portandola a casa sua e, dopo, quando sono andato in questura, anche di me: non potevo più rientrare a casa e mi ha dato un giubbotto di pelle».

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Hanno detto che il movente è legato a una specie di ricatto sessuale. Che Leo aveva una relazione gay con un connazionale cinese diciassettenne, e che questi sarebbe venuto a casa vostra coi suoi amici.

«Non sapevamo che Leo fosse gay. Anzi, non ci eravamo mai posti domande su questo aspetto. Ovviamente, sua madre sognava che un giorno si sposasse e avesse dei figli. Ma essere gay non è una colpa. Io l'ho conosciuto per il suo impegno straordinario nel crescere e diventare adulto, anche se sembrava fisicamente ancora un ragazzino, nonostante i suoi vent'anni».

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Chi era Leo?

«Era un ragazzo arrivato dalla Cina senza sapere una parola di italiano che pochi anni dopo, oggi, studiava al secondo anno di ragioneria e lavorava cinque giorni su sette. Parlavamo spesso. Gli davo dei consigli, lui mi spiegava i suoi problemi. Era un ottimo rapporto. Stava via ogni tanto per il week end, diceva di dormire da amici come fanno i suoi coetanei. Per far capire chi era, capitava che tornasse dal ristorante alle 2 di notte e alle 6.30 era già al bar a servire. Aveva una forte autodisciplina».

Cosa è successo sabato pomeriggio?

«Ero a casa in via del tutto eccezionale. Per me il sabato è un giorno sacro che dedico allo svago, alla mia compagna e agli amici. Invece, dovevo stare al computer di casa a elaborare dei dati ed ero concentratissimo. Dal mio studio ho sentito il rumore dello scatto della porta e anche dei passi, ma non mi sono insospettito. Leo aveva fatto entrare qualcuno, capitava. È stato più tardi che alzandomi ho visto un ragazzo sconosciuto in casa mia. Gli ho chiesto dove fosse Leo. Ha detto che era sceso prima di lui... Poi ha iniziato a dirmi che ero stato bravo a insegnargli l'italiano, se potevo insegnarlo anche a lui...»

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Non l'aveva mai visto.

«No. Ho chiamato Sofia perché gli parlasse in cinese, volevo delle spiegazioni. Ma poi l'ho mandato via. Mi ero innervosito, pensando a Leo che l'aveva fatto entrare. Probabilmente si erano sentiti per telefono e gli aveva aperto la porta: non ho sentito il citofono».

E poi?

«E poi ho notato la porta della sua camera chiusa. Non si apriva. “Leo, Leo!”, dicevo. Niente. Pensavo che si vergognasse di qualcosa. Alla fine si è aperta la porta e ho visto quei quattro ragazzi cinesi. Tutti sconosciuti. E Leo non c'era. In quel momento ho pensato a sua madre che lo sgridava sempre, gli diceva che non doveva fare entrare nessuno in casa... Li ho guardati in faccia e ho visto che erano tutti e quattro basiti dalla mia presenza. “Chi siete? - ho detto arrabbiato - cosa fate in casa mia? Dov'è Leo?”. Non rispondevano».

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Ha avuto paura?

«Erano degli ragazzini imberbi e non avevano delle facce da gente abituata a fare del male al prossimo. In realtà, ripensandoci adesso, se fossero stati delinquenti mi avrebbero aggredito. Anzi, mi avrebbero soppresso: ero un testimone scomodo di cos'era appena accaduto».

Invece siete rimasti lì, immobili, in camera di Leo.

«Sì. È stato allora che ho visto sul copriletto di Leo degli indumenti. Ho pensato che Leo li avesse gettati all’aria, a sua madre che si sarebbe arrabbiata. Ha fatto entrare questi sconosciuti, pensavo arrabbiato... Li ho scacciati tutti. Subito dopo ho pensato che erano dei ladruncoli. Non vedevo più la Wii che Leo aveva appena comperato coi suoi risparmi».

Quando è avvenuta la scoperta?

«Poco dopo, quando sua madre mi ha raggiunto. Il telefono di Leo suonava a vuoto. Nella sua stanza, abbiamo notato che il trolley di Sofia era fuori posto. Leggermente fuori posto. Era nel suo angolo ma spostato di pochi centimetri. I vestiti sparsi sul letto erano quelli che Sofia teneva nel trolley. Ci siamo accorti di quanto fosse strano tutto quello che stava succedendo. Insieme abbiamo provato a spostare la valigia ma pesava molto. L'abbiamo aperta ed è scivolato fuori Leo..»

Orribile.

«È stato allora che ci siamo messi a urlare e i vicini hanno dato l'allarme. Poco dopo è arrivata la polizia e il resto si sa».

Per lei Leo era un figlio.

«Sì, lo consideravo un figlio, anche se non era mio figlio. Gli volevo molto bene. Noi tre insieme abbiamo vissuto momenti di grande felicità, abbiamo condiviso anni intensi grazie alla sua intelligenza e sensibilità. Discutevamo dei nostri problemi, non litigavamo. Eravamo felici. Non so cosa verrà fuori dalle indagini su questo suo lato sconosciuto. So solo che per noi la sua morte, oltre che un crimine, è un dolore immenso».
 

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