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Modena, ucciso per un “ricatto sessuale” Arrestati in 4 per la morte di Leo

di Stefano Totaro
Modena, ucciso per un “ricatto sessuale” Arrestati in 4 per la morte di Leo

La vittima minacciava di rivelare l’omosessualità del coetaneo che voleva troncare la loro relazione Così questo ha convocato gli amici chiedendo aiuto: insieme lo hanno soffocato e chiuso nel trolley

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MODENA. Quattro minorenni fermati e uno, un ventenne figura chiave di questo omicidio, che ha ormai le ore contate. La vicenda di Leo, del ragazzo cinese ucciso e poi nascosto in un grosso trolley, comincia piano piano a dipanarsi. Anche a partire dal movente svelato da uno dei fermatio. È stato ucciso perché ricattava il suo amante. Un ricatto sessuale: Leo, studente ventenne cinese, non accettava che il rapporto fosse finito, voleva continuare la storia con quel ragazzo della sua stessa età e così aveva cercato di trattenerlo a sé con l’arma del ricatto sessuale, probabilmente usando la minaccia di raccontare al mondo esterno, magari ai famigliari, che era omosessuale e che aveva rapporti con gli uomini. “Se mi lasci allora io dico a tutti che sei gay”: ma questa arma gli si è ritorta conto. Il suo amato che non voleva più concedersi, che voleva troncare ogni rapporto e che per di più era stato minacciato ha reagito e ha chiesto aiuto ad altri quattro amici.

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Da Prato è così partita una spedizione punitiva. In cinque, due sedicenni, due diciassettenni e la vittima ventenne del ricatto, sono andati a casa di Leo Hu Congliang (ma che si faceva chiamare anche Meng Yu Hu) in piazza Dante e lo hanno ucciso. Lo hanno, come è molto probabile, soffocato o con un cuscino premuto sulla bocca e il naso oppure infilandogli la testa in un sacchetto impedendogli di respirare. E anche di urlare. Un omicidio consumato tutto in silenzio, così come è notoriamente “silenziosa”, diffidente e chiusa la comunità cinese e che vede l’omosessualità come un grande disonore: nessuna colluttazione, niente grida, niente armi, anche perché in casa c’era l’avvocato Andrea Giberti, il convivente di Sofia, la mamma di Leo, che sarebbe rientrata in casa poco dopo l’omicidio.

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Ma la polizia modenese è scesa in campo in modo massiccio, rapido e accurato. In poche ore la banda è stata praticamente intercettata ed ora non tre, come era stato annunciato nella mattinata di ieri, ma quattro componenti sono stati fermati con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato. Alle forze dell’ordine manca il ventenne, il giovane che avrebbe avuto una relazione con Leo dalla quale però voleva tirasi indietro e, di fronte al ricatto di svelarla, avrebbe organizzato il raid omicida.

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Non appena è stato trovato in casa il corpo di Leo, gli investigatori hanno dovuto mettere in fila ed interagire in tempi brevi con tutto quello che si sono trovati a portata di mano. Fondamentale è stato il cellulare del ragazzo ucciso: era ancora nella casa, non era stato portato via dalla banda dei cinque.

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Da subito gli investigatori hanno avuto dunque una rubrica ben fornita e una serie di telefonate effettuiate nel breve , negli ultimi giorni e probabilmente lo stesso sabato, magari una era proprio quella che era stata fatta a Leo dal suo “amato”per poter salire in casa. Nomi, volti, numeri telefonici e poi le telecamere del palazzo, della stazione, della rete di sicurezza comunale. La banda è arrivata in treno da Prato e in treno era scappata per fare ritorno a Prato. Gli agenti della Mobile sono riusciti a bloccare (probabilmente già a Prato) subito un sedicenne e lo hanno portato in questura a Modena dove è stato interrogato. Il ragazzo si è “sciolto”, fornendo alla polizia i nomi degli altri componenti della squadra punitiva. Non solo, ha pure raccontato il perché di quella spedizione, ovvero liberare dal ricatto sessuale di Leo il loro amico ventenne.

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Nel frattempo i colleghi toscani hanno provveduto a rintracciare e a fermare altri tre componenti della banda: da subito, domenica, i due 17enni (uno in casa l’altro in un internet point) , mentre ieri , nella tarda mattinata, è stata la volta dell’altro sedicenne. Tutti sconvolti, tutti forse loro stessi increduli di quello che avevano combinato. Uno dei due diciassettenni infatti era stato rintracciato dai genitori che sabato sera, non vedendolo rientrare a casa, avevano cominciato disperatamente a telefonargli. Alla fine lui, verso le 23 di sabato, ha risposto al telefono: i genitori lo hanno trovato che piangeva a dirotto, seduto su un marciapiede della “Chinatown” di Prato. Poi, alla domenica, alla sua casa ha bussato la polizia. Caccia aperta dunque al ventenne, al ricattato, al capo della banda. Su tutta l'indagine è competente la Procura del tribunale dei Minori, che ha sede a Bologna. Le indagini sono ancora avvolte dal più stretto riserbo ma un quadro ormai di questa vicenda si è già delineato.

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