«Con Lamina ho salvato le montagne»
«La mia idea delle grandi lastre, incomprese per anni e ora diffuse, evita di sventrare pareti di roccia con le cave»
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«Con Lamina ho salvato le montagne». Siamo nei giorni in cui le grandi lastre ceramiche si confermano protagoniste del mercato, il Cersaie lo ha dimostrato, ma con queste parole l’imprenditore Franco Stefani, presidente di System Group, a fine 1999 presentò Lamina, l’innovativa lastra ceramica, restando poi incompreso per anni. A differenza di altre grandi rivoluzioni dell'industria ceramica nate da un concorso di idee, questa ha avuto origine da un uomo solo, Franco Stefani.
«Ho faticato - dice l’imprenditore - a convertire in un pensiero generale una nuova conoscenza e idea industriale. In tanti allora e per diversi anni mi hanno chiesto a cosa serviva Lamina, l'ho sempre spiegato con la stessa enfasi che oggi vedo adottare un po' da tutti».
Ma a cosa serve Lamina?
«Una lastra ceramica praticamente indistruttibile, tecnicamente senza difetti, versatile dal punto di vista estetico, può servire a molti scopi ma soprattutto con il grandissimo formato apre alla ceramica ambiti di utilizzo in cui non è mai entrata prima, dalle hall, sale d'aspetto, atri e corridoi dei grandissimi spazi pubblici alle facciate degli edifici, per cui davvero non ha rivali: ignifuga, eterna, autopulente, resistente a ogni temperatura ed elemento».
Ci sono voluti anni per l'affermazione della lastra ceramica.
«Ho incontrato grande difficoltà, mi sono sentito un esploratore nel deserto a cui nessuno dà acqua. Nel 2004, dopo tanti tentativi vani di spiegare l'idea, mi sono fatto la produzione in casa e ho creato la fabbrica Laminam. Ho avuto i primi segnali da due clienti non italiani, del settore marmo, la Levantina a Valencia e coloro che poi fondarono il gruppo Neolith. La prima azienda ceramica a credere nel prodotto invece è stata Panaria, che lo ha commercializzato per quattro anni a partire dal 2008 e poi ha installato prima una e poi due linee alla ceramica Lea di Fiorano, conquistando il primato di un mercato che ancora non esisteva. Perché il mercato credesse in Lamina ho investito miei capitali personali, dal 2004 al 2008 ho perso milioni, dal 2008 al 2012 li ho recuperati e poi sono cominciati i grandi guadagni. Adesso ne abbiamo vendute 40 linee di produzione per una capacità di 120 milioni di metri quadrati. Vendiamo in Nord Europa, Corea, Vietnam, Cina».
La Lamina di oggi è la stessa di diciassette anni fa?
«Sì, parliamo di una tecnologia che veniva fornita già completa, solo da adottare e installare. È tuttora brevettata e in esclusiva. Ci sono tentativi di imitazione, ma non raggiungono i nostri risultati, che ci consentono di realizzare una lastra di spessore da 3 a 30 millimetri, che arriva fino a 1600 x 4800 di dimensione, senza cambiare niente del processo produttivo. In miglioramento è la fase di ricerca e sviluppo sull'estetica dei materiali e la parte dell'automazione, ora ad altissimi livelli. Lo stabilimento Laminam a Borgotaro rappresenta un modello: ogni operaio in pratica lavora seduto dietro a un computer».
Almeno sette grandi marchi italiani sono ormai entrati nel settore lastre. Non c'è il rischio che il mercato ne risulti inflazionato?
«Parliamo di una tecnologia che non è per tutti, richiede grandi investimenti in macchinari, logistica, rinnovo degli stabilimenti».
Tornando al “salvataggio delle montagne”.
«Ho creato una lastra perfetta, piana, ad alta densità che si realizza con una tecnologia economica ed ecologica, con consumi ed emissioni bassissimi e offre prestazioni ineguagliabili. Non vedo più il motivo di sventrare intere pareti di roccia con aree di cava per lastre che non possono competere. Per me che adoro la montagna è un grande risultato».
Gabriele Bassanetti
«Ho faticato - dice l’imprenditore - a convertire in un pensiero generale una nuova conoscenza e idea industriale. In tanti allora e per diversi anni mi hanno chiesto a cosa serviva Lamina, l'ho sempre spiegato con la stessa enfasi che oggi vedo adottare un po' da tutti».
Ma a cosa serve Lamina?
«Una lastra ceramica praticamente indistruttibile, tecnicamente senza difetti, versatile dal punto di vista estetico, può servire a molti scopi ma soprattutto con il grandissimo formato apre alla ceramica ambiti di utilizzo in cui non è mai entrata prima, dalle hall, sale d'aspetto, atri e corridoi dei grandissimi spazi pubblici alle facciate degli edifici, per cui davvero non ha rivali: ignifuga, eterna, autopulente, resistente a ogni temperatura ed elemento».
Ci sono voluti anni per l'affermazione della lastra ceramica.
«Ho incontrato grande difficoltà, mi sono sentito un esploratore nel deserto a cui nessuno dà acqua. Nel 2004, dopo tanti tentativi vani di spiegare l'idea, mi sono fatto la produzione in casa e ho creato la fabbrica Laminam. Ho avuto i primi segnali da due clienti non italiani, del settore marmo, la Levantina a Valencia e coloro che poi fondarono il gruppo Neolith. La prima azienda ceramica a credere nel prodotto invece è stata Panaria, che lo ha commercializzato per quattro anni a partire dal 2008 e poi ha installato prima una e poi due linee alla ceramica Lea di Fiorano, conquistando il primato di un mercato che ancora non esisteva. Perché il mercato credesse in Lamina ho investito miei capitali personali, dal 2004 al 2008 ho perso milioni, dal 2008 al 2012 li ho recuperati e poi sono cominciati i grandi guadagni. Adesso ne abbiamo vendute 40 linee di produzione per una capacità di 120 milioni di metri quadrati. Vendiamo in Nord Europa, Corea, Vietnam, Cina».
La Lamina di oggi è la stessa di diciassette anni fa?
«Sì, parliamo di una tecnologia che veniva fornita già completa, solo da adottare e installare. È tuttora brevettata e in esclusiva. Ci sono tentativi di imitazione, ma non raggiungono i nostri risultati, che ci consentono di realizzare una lastra di spessore da 3 a 30 millimetri, che arriva fino a 1600 x 4800 di dimensione, senza cambiare niente del processo produttivo. In miglioramento è la fase di ricerca e sviluppo sull'estetica dei materiali e la parte dell'automazione, ora ad altissimi livelli. Lo stabilimento Laminam a Borgotaro rappresenta un modello: ogni operaio in pratica lavora seduto dietro a un computer».
Almeno sette grandi marchi italiani sono ormai entrati nel settore lastre. Non c'è il rischio che il mercato ne risulti inflazionato?
«Parliamo di una tecnologia che non è per tutti, richiede grandi investimenti in macchinari, logistica, rinnovo degli stabilimenti».
Tornando al “salvataggio delle montagne”.
«Ho creato una lastra perfetta, piana, ad alta densità che si realizza con una tecnologia economica ed ecologica, con consumi ed emissioni bassissimi e offre prestazioni ineguagliabili. Non vedo più il motivo di sventrare intere pareti di roccia con aree di cava per lastre che non possono competere. Per me che adoro la montagna è un grande risultato».
Gabriele Bassanetti
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