Cyberbullismo, un virus che non risparmia Modena
Oltre 250 ragazzi al liceo Muratori all’incontro organizzato da polizia e Unieuro Un docufilm con la testimonianza di una studentessa. I consigli della Postale
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MODENA. «Ho pensato di farla finita, ma ho trovato le parole per chiedere aiuto». La voce di Sofia scuote oltre 250 studenti all’aula magna del Muratori. La giovane non li vede dal vivo, ma racconta la sua storia nel documentario “#Cuoriconnessi” proiettato davanti ai loro occhi. «Rivedo quella scena e vorrei cancellarla», ammette Sofia, nome di fantasia. La scena è l’aver premuto un tasto: “Invio”. Così ha mandato sue foto intime a un ragazzo di cui sentiva di potersi fidare, ritrovandole pubblicate su Facebook. «A scuola tutti le avevano viste», racconta la giovane, assicurando che «fa malissimo leggere i messaggi. C’erano 4-5 persone che godevano. Gli altri ti guardano e ti senti sporca, poi li eviti. Speravo e m’illudevo che finisse tutto prima. Dopo un mese non è cambiato niente e ho scritto alla Polizia». Scatta la svolta: un difficile colloquio di Sofia coi genitori, l’intervento della Postale a scuola, il cambio d’istituto. «Non posso dire che tutto è finito - spiega la ragazza - se uno mi guarda un secondo in più ho il terrore che lui sappia». Il terrore è accompagnato dall’incubo che tutto possa ricominciare da capo.
Le immagini sono state rimosse dalla rete, ma c’è il pericolo che possano essere ricaricate. «Lei è come affetta da un virus non guaribile», riconosce il regista del documentario, Luca Pagliari. Un virus che non risparmia la nostra città. Meno di un mese fa decine di studentesse, modenesi e reggiane, avrebbero scoperto sul web loro foto intime che avrebbero mandato in una chat privata. «I casi avvengono a Modena come nel resto d’Italia, la problematica è trasversale», assicura il vicequestore aggiunto della Polizia Postale, Cristina Fagone. Prevenire resta sempre meglio che curare: «Prima di cliccare, postare o mettere nella rete qualsiasi immagine, soprattutto personale, siate assolutamente sicuri di quello che state facendo», consiglia Fagone, specificando che «ciò che è personale deve restare personale, soprattutto la propria immagine». Anche perché il cyberbullismo, il bullismo in rete, si nutre di visibilità e cresce a suon di “mi piace”. «Finalmente siamo famosi anche sul Tg5 daje così», ha scritto un ragazzo romano, come riportato da Pagliari. «È quello che spingeva Flavia sotto l’autobus e aveva creato un falso profilo di lei», aggiunge il regista. Flavia è testimonial contro il cyberbullismo nel documentario. Affronta non solo i bulli, ma anche coloro che non si schierano, «le maschere che fingono di non vedere» come le chiama Pagliari. «Ho tentato di rincorrere lo sguardo di coloro che mi hanno rovinato la vita, ma non avevano volto», aggiunge Flavia, presa di mira persino con una foto di spalle alla cattedra. La ragazza n’è uscita e così possono fare i bulli. «Bisogna guardarli con pietà e comprensione - conclude Pagliari - dandosi da fare e denunciando».
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