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Cesare Capitani: In scena a Parigi ma con il cuore a Frassinoro

di Daniele Montanari
Cesare Capitani: In scena a Parigi ma con il cuore a Frassinoro

«Appena posso torno a Pianello dove ho casa Tutto iniziò proprio qui, giocando all’attore»

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FRASSINORO. Un italofrancese che ha studiato a Milano, ha eletto come sua città Parigi ma ha mantenuto il cuore a Frassinoro, dove ha trascorso la sua infanzia e dove ancora oggi trova piacevolmente rifugio. Personaggio giramondo Cesare Capitani, che ha appena vissuto un momento particolare in Italia: la sei giorni che fino a domenica scorsa l'ha portato in scena al teatro Franco Parenti di Milano con “Io, Caravaggio”, un passaggio molto speciale per tre ragioni. Innanzitutto perché è il primo lavoro in cui figura da autore, interprete e regista. Poi perché è stato il ritorno vent'anni dopo nella città dove si è formato. E ancora perché nell'occasione ha rivisto anche amici di Frassinoro, che hanno voluto esserci nel primo vero debutto teatrale di un'opera sua in tutto. È palcoscenico Cesare Capitani, ma anche cinema e tv. Personaggio dunque sempre alla ricerca, col fascino che ne deriva.

Partiamo dall'inizio: cosa lega Cesare Capitani a Frassinoro?

«La mamma Albertina Capitani, di cui ho scelto di portare il cognome. Era di lì, mentre mio padre Giuseppe veniva dal Lago di Garda. Io ho trascorso tutta la mia infanzia in mezzo al paradiso verde di Frassinoro, e lo porterò sempre dentro. Ho tenuto la casa di Pianello, e tutte le volte che posso torno. Per lavoro, ma anche per trascorrere periodi di riposo con mio figlio Livio, di otto anni. Mi ricordo di quando ero piccolo e andavo alla fattoria di mia zia Leonetta Capitani, aiutavo anche a portare gli animali al pascolo. Poi tante volte, nell'ambientazione bucolica, mi mettevo a giocare a fare l'attore con mia cugina: inventavamo e recitavamo dei piccoli testi, facendo i costumi da principe e principessa con delle lenzuola. Mi è nata subito la passione per la recitazione, anche se i miei mi guardavano un po' come un marziano».

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Poi la formazione a Milano, la carriera teatrale e in questi giorni il gran ritorno con “Io, Caravaggio”. Perché hai scelto il “pittore maledetto”?

«Sono rimasto affascinato dal romanzo di Dominique Fernandez (“La corsa all'abisso”, Colonnese Editore, ndr) e mi sono buttato nell'adattamento cercando di andare al cuore di questo genio ribelle, appassionato, sensuale. Che ha sconvolto la pittura rappresentando anche prostitute e ladri, con straordinari effetti di luce e ombra. Un'oscurità che ha avuto anche nella sua vita, con grandi momenti di dolore e l'uccisione di un uomo. Poi la fine misteriosa su una spiaggia deserta vicino a Roma, una morte con un che di pasoliniano. È un'opera che mi ha dato grandissime soddisfazioni: 450 repliche in sette anni, in Francia ma anche Svizzera, Marocco e adesso Italia. Mi piacerebbe tanto poter arrivare anche nei teatri dell'Emilia Romagna, chissà».

Sei però sempre in tournée anche con “L'altro Galileo”. Qui di cosa parli?

«Del Galileo scienziato coraggioso, quello prima dell'abiura. Un'icona della libertà di pensiero e un grande amante della ragione. Per me quest'opera è diventata anche un forte monito contro il terrorismo».

Perché?

«Perché gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e il Bataclan arrivarono proprio una sera in cui stavo recitando il Galileo al Lucernaire. Il giorno dopo molti teatri furono chiusi, ma ci fu anche chi chiese agli attori se volevano andare in scena lo stesso o meno. Io dissi di sì, perché per me il Galileo era un inno alla ragione come guida dell'uomo contro la barbarie. La gente applaudì tantissimo e lo spettacolo ebbe un richiamo enorme: restò per cinque mesi al Lucernaire».

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Com'è la vita a Parigi adesso?

«I parigini hanno la grande capacità di non piangersi addosso, di vivere fortemente il lutto ma di rialzarsi poi, non chinando la testa di fronte alla paura. La vita è cambiata, io e la mia compagna italiana Francesca lo vediamo bene: ci sono controlli dappertutto, entrare a Notre Dame, per esempio, adesso è un'impresa. Quando qualcuno si dimentica un bagaglio in metro o un bimbo fa scoppiare un sacco di patatine, è un attimo ad andare in allarme. Ma la vita va avanti».

A cosa lavori per il futuro?

«Due progetti innanzitutto. Il primo è “Medinitalìe”, che sto scrivendo con Alberto Bassetti: un monologo in cui racconto riflessi di esperienza personale e gioco sulla differenza tra italiani e francesi. L'idea è nata da qualche sketch presentato proprio a Frassinoro, al teatro Bucciardi, nell'estate 2015 sotto al titolo “Promenade... in Italia”. L'altra idea a cui lavoro è uno spettacolo dedicato a Matilde di Canossa, nell'ora del famoso incontro tra papa Gregorio VII ed Enrico IV. Sto rielaborando un testo che avevo portato a Frassinoro una decina d'anni fa, in una Settimana Matildica: sarebbe bello tornare lì con l'opera completa».

TEATRO, MA ANCHE CINEMA E TV

Diplomato alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano (quella del Piccolo Teatro), Cesare Capitani è partito con diverse esperienze teatrali in Emilia Romagna, andando in tour tra l'altro con Gianrico Tedeschi, Ernesto Calindri, Franco Branciaroli ed Elena Sofia Ricci. E capitando di frequente anche al Teatro Carani di Sassuolo e allo Storchi di Modena. Poi dal 1997 il trasferimento a Parigi, dove ha sviluppato anche le doti di autore e regista. Tra le sue opere più importanti (sia in francese che in italiano), “Io, Caravaggio”, presentato ad Avignone nel 2010. Poi “Promenade... in Italia”, anticipato a Frassinoro nell'agosto 2015: ritratto dei clichés italofrancesi dove canta anche alcuni grandi successi italiani. Nell'ottobre 2015 ha invece lanciato “L'altro Galileo” al Lucernaire di Parigi. Ma va ricordata anche la regia di “La traversée de la nuit” (2005) di Geneviève de Gaulle-Anthonioz, senza dimenticare l'adattamento per il teatro de “Il nome della rosa” di Umberto Eco (2007). E poi la scrittura di “Rapsodia”, dramma premiato nel 1998 al Vallecorsi di Pistoia, e di diverse novelle. A teatro ha lavorato sotto la guida, tra gli altri, di Giorgio Strehler (“I Giganti della Montagna” di Pirandello, 1994), Giancarlo Sepe (“Macbeth”, 1994) e Paolo Valerio (“Romeo e Giulietta”, 1993). Al cinema è stato diretto da Dominique Farrugia (“L’amour c’est mieux à deux”, 2009), Jacques Rivette (“Va savoir”, 2001) e Laurent Raymond-Vinas (“Mes amis d’en-France”, 2001). Ha preso parte anche alle popolari serie tv italiane Vivere (2004) e “I Cesaroni” (2008).

 

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