Gazzetta di Modena

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Gli occhi di Bardi al servizio del mondo per capire la storia

di Gaetano Josè Gasparini
Gli occhi di Bardi al servizio del mondo per capire la storia

Il giovane antropologo visuale modenese ha già lavorato a grandi progetti, l’ultimo con la Bbc: «Rischiare paga»

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«Rischiare paga, anche se per un antropologo visuale trovare lavoro è una lotta continua». Così riassume la sua esperienza Simone Bardi, classe 1985, modenese, con già all'attivo diverse collaborazioni con Sky e Rai. La sua è una professione molto particolare, misconosciuta. «In Italia fino a dieci anni fa non esisteva neanche una vera e propria facoltà di antropologia, è una disciplina di nicchia e fare l'antropologo visuale lo è ancora di più, specialmente fuori dal contesto accademico».

Bardi è un pioniere italiano di questa disciplina che coniuga ricerca sociale, scienze e competenze cinematografiche. Il suo percorso ad ostacoli nasce all'istituto tecnico industriale Corni dove si diploma. All'epoca il giovane frequenta le scene più underground della città come il mondo dei rave illegali scoprendo una dimensione creativa lisergica, ritmata dal suono della musica techno. Dopo il diploma, Bardi, non ha messo ancora a fuoco il suo progetto professionale e di vita. «Ho lavorato in azienda per 4 anni prima di lasciare le comodità di un buon stipendio e tornare a studiare. Fino ad allora avevo acquisito competenze tecniche e scientifiche tralasciando l'aspetto umano». Così Simone si iscrive ad Unimore dove si laurea a pieni voti in scienze della comunicazione. Completa gli studi alla prestigiosa università veneziana, Ca' Foscari. «Prendo la laurea specialistica in eco-antropologia e l'università mi manda subito in Marocco a studiare il mondo della caccia».

Bardi indaga sul rapporto uomo-animale rimanendo fra i falconieri del deserto per 6 mesi. Rispetto all'antropologia classica la sua disciplina mutua i mezzi ma non le finalità della ricerca sociale: «Invece di scrivere un saggio uso lo strumento visuale: giro e monto documentari con lo stesso rigore scientifico di chi compone un testo accademico». Per affinare le tecniche di regia e montaggio Simone Bardi si trasferisce poi a Monselice, in provincia di Padova, presso la Scuola di Cinema Documentario Etnografico. «In Veneto approfondisco il montaggio e imparo a fare il colourist, colui che ritocca digitalmente le immagini che comporranno un lavoro video».

In controtendenza con la crisi del mondo del lavoro, soprattutto giovanile, Bardi è oggi iper-specializzato e iper-occupato. «Dopo gli studi di etnografia visuale rifiuto un dottorato in Inghilterra e decido di lasciare il mio nido, ovvero l'università, e mi lancio: apro la partita Iva, fondo la mia propria casa di produzione, la Tokay Image, e divento free-lance».

Una scelta coraggiosa che all'inizio non paga. «Sono sceso a compromessi e ho fatto il fotografo ai battesimi, nei matrimoni, anche se ho sempre mantenuto i contatti con i miei antichi docenti universitari». Di lì a breve, la svolta nella carriera di questo giovane studioso. Dopo aver collaborato con produzioni Sky e Rai arriva una proposta dall'Università di Leicester per la realizzazione di una serie di documentari di viaggio intitolata “You are going where”. La prima stagione è sul Corno d'Africa, da Gibuti, alla Somalia passando per l'Eritrea. «Un lavoro finanziato dall'Università e distribuito dalla Bbc e da piattaforme multimediali internazionali di film e documentari come Netflix e Amazon Prime Video». Bardi torna anche all'Università, stavolta da docente. Dall'estate del 2017 insegna Etnodramma alla Scuola di Cinema di Monselice. Accanto a questi incarichi, lo studioso modenese trova il tempo per continuare la sua personale ricerca sociale dedicandosi all'antropologia del corpo e dei sensi, collaborando e filmando per il suo prossimo documentario, gli spettacoli dei Bloody Cirkus, un gruppo che sperimenta e mette in scena la body art nelle sue forme più estreme, come la modificazione e la sospensione del corpo. Una creatività alternativa esplorata da Bardi sin dai suoi anni di gioventù quando frequentava i rave illegali «dove l'arte non era censurata e non c'erano limiti e le persone si lasciavano sospendere al soffitto facendosi trapassare la pelle da grossi aghi di metallo. È un tipo di teatro estremo, con molto sangue, ma con una forte carica simbolica e una narrazione che evoca la liberazione corporea e gioca sul contrasto della materia: la carne e il freddo acciaio».

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