Se anche il principe azzurro un giorno si vestisse di rosa
di Monica Tappa
Come abbattere gli stereotipi, magari usando l’ironia. E a che serve, fin da piccoli “Io non ci sto” e “Cenerentola e la scarpetta di pelo”: due esempi contro corrente
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“Un’abitudine è una strada in cui ti infili senza rendertene conto, e che segui perché ormai l’hai imboccata. Ma non l’hai deciso tu, è lei che ti ha guidato, e adesso ti governa e ti impedisce di fare domande. Ti frega, l’abitudine” fa dire Gabriele Clima a Giulia, la ragazzina protagonista del suo “Io non ci sto!” (Oscar Primi Junior, 2017). A volte ti frega l’abitudine, già. Come dare torto a Giulia e anche al suo autore. Anche gli stereotipi ”fregano”. Fino a un paio di secoli fa, ad esempio, i bambini fino ai cinque, sei anni, erano prevalentemente vestiti di bianco, maschi e femmine, senza distinzioni. E c’è di più. Nel 1918, quindi giusto (appena) un secolo fa, la rivista specializzata in vestiti per bambini Earnshaw’s Infants’ Department, specificava anzi che “la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine”. Il rosa veniva infatti avvicinato al rosso, considerato forte e virile, legato agli eroi e ai combattimenti, mentre per il blu si faceva riferimento al colore del velo con cui veniva rappresentata la Vergine Maria. Adesso, per un attimo, immaginate il principe azzurro vestito di rosa. In fondo fino a un paio di secoli fa era perfettamente normale vedere uomini indossare lussuosi abiti rosa anche a tema floreale, perché non avrebbero dovuto farlo i principi azzur…osa delle fiabe?
Battute a parte, il ribaltamento, dice la storia della moda, è avvenuto dagli anni Trenta per diventare regola nei decenni successivi: a dare il colpo di grazia la prima Barbie. A provare a contrastare questa usanza, negli anni Settanta, (oltre alle femministe), un cartone animato, che qualcuno ricorderà: Barbapapà si chiamava, ed era un papà totalmente rosa, mentre Barbamamma era nera, con un romantico cerchietto di fiori in testa.
Negli anni Ottanta infine si sono imposti definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine.
Ripartiamo da qui: è evidente, in questo periodo, il tentativo (necessario, peraltro) di scardinare questi stereotipi fornendo modelli di riferimento che superino le classificazioni standard. Ci si prova (nonostante le operazioni marketing che puntano ancora tantissimo sulla dicotomia rosa / azzurro e sui giochi e lavori da maschio / femmina) soprattutto con cartoni animati, film, libri e storie focalizzati sulla realizzazione dei talenti personali. E non a caso in fondo, molte protagoniste di queste storie sono femmine, perché sono state loro, in fondo, a pagare il dazio maggiore per quel ruolo passivo, senza alcun controllo sulla propria esistenza, che è impunemente stato considerato esemplare e tanto ha fatto comodo per decenni, se non secoli....
Perché non abbattere gli stereotipi con l’ironia? Ci pensa ad esempio EDT-Giralangolo con la sua “Cenerentola e la scarpetta di pelo”. C’è Cenerentola, c’è la matrigna, c’è anche il principe azzurro. E lei, Cenerentola, come da tradizione, lo sogna il principe azzurro. E va pure al ballo. Ma se la storia non fosse andata proprio come ci hanno raccontato? Proprio in questi giorni sono stati resi noti i dati di una ricerca Ipsos sulla violenza di genere: emerge che solo il 49% condanna la violenza "senza se e senza ma", il 35% ritiene che sia un fatto privato e che vada risolto in casa, mentre il 16% attribuisce responsabilità anche alle vittime. Il 9% degli intervistati inoltre dichiara di "impedire a una donna qualsiasi decisione in merito alla gestione dell'economia familiare". Beh, forse ad abbattere stereotipi ci dovremmo impegnare tutti di più. Altro che principi azzurri.
Illustrazione di Raphaëlle Barbanègre da “Cenerentola e la scarpetta di pelo”, EDT-Giralangolo .
Battute a parte, il ribaltamento, dice la storia della moda, è avvenuto dagli anni Trenta per diventare regola nei decenni successivi: a dare il colpo di grazia la prima Barbie. A provare a contrastare questa usanza, negli anni Settanta, (oltre alle femministe), un cartone animato, che qualcuno ricorderà: Barbapapà si chiamava, ed era un papà totalmente rosa, mentre Barbamamma era nera, con un romantico cerchietto di fiori in testa.
Negli anni Ottanta infine si sono imposti definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine.
Ripartiamo da qui: è evidente, in questo periodo, il tentativo (necessario, peraltro) di scardinare questi stereotipi fornendo modelli di riferimento che superino le classificazioni standard. Ci si prova (nonostante le operazioni marketing che puntano ancora tantissimo sulla dicotomia rosa / azzurro e sui giochi e lavori da maschio / femmina) soprattutto con cartoni animati, film, libri e storie focalizzati sulla realizzazione dei talenti personali. E non a caso in fondo, molte protagoniste di queste storie sono femmine, perché sono state loro, in fondo, a pagare il dazio maggiore per quel ruolo passivo, senza alcun controllo sulla propria esistenza, che è impunemente stato considerato esemplare e tanto ha fatto comodo per decenni, se non secoli....
Perché non abbattere gli stereotipi con l’ironia? Ci pensa ad esempio EDT-Giralangolo con la sua “Cenerentola e la scarpetta di pelo”. C’è Cenerentola, c’è la matrigna, c’è anche il principe azzurro. E lei, Cenerentola, come da tradizione, lo sogna il principe azzurro. E va pure al ballo. Ma se la storia non fosse andata proprio come ci hanno raccontato? Proprio in questi giorni sono stati resi noti i dati di una ricerca Ipsos sulla violenza di genere: emerge che solo il 49% condanna la violenza "senza se e senza ma", il 35% ritiene che sia un fatto privato e che vada risolto in casa, mentre il 16% attribuisce responsabilità anche alle vittime. Il 9% degli intervistati inoltre dichiara di "impedire a una donna qualsiasi decisione in merito alla gestione dell'economia familiare". Beh, forse ad abbattere stereotipi ci dovremmo impegnare tutti di più. Altro che principi azzurri.
Illustrazione di Raphaëlle Barbanègre da “Cenerentola e la scarpetta di pelo”, EDT-Giralangolo .
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