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LA VIDEOINCHIESTA/ Caso Pedofili, Veleno riapre la ferita della Bassa modenese

di Alberto Setti
LA VIDEOINCHIESTA/ Caso Pedofili, Veleno riapre la ferita della Bassa modenese

L’inchiesta di Pablo Trincia smaschera di nuovo gli errori di psicologi e investigatori ma nessuno ha ancora pagato

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FINALE. Sedici bambini portati via alle loro famiglie, disonorate con le accuse più infamanti, quelle di averle vendute ad una banda di decine di adulti che abusavano di loro, coinvolgendoli in agghiaccianti riti a sfondo satanista con tanto di omicidi seriali nei cimiteri della Bassa, nel castello di Finale, alla ex Samis di Massa…. Accuse inconsistenti, ridicole, come troppo tardivamente, e non fino in fondo, la stessa giustizia ha dovuto ammettere, nel sovrapporsi dei processi.

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E poi persone decedute. Chi nella fredda cella di un carcere dove nel frattempo si era ammalato. Chi di dolore, come - e non solo - don Giorgio Govoni, morto di crepacuore nello studio del suo avvocato, poche ore dopo la richiesta di condanna a 14 anni di reclusione, per essere stato il capo e l’ideatore di quei riti. Mai avvenuti. Chi, ancora, suicida. Gettandosi dalla finestra per il dolore di quelle imputazioni e lo strappo istituzionale dall’unica figlia che rappresentava anche l’unica speranza di una vita altrimenti difficile.

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Morti e sopravvissuti non hanno mai potuto riavere o rivedere i loro figli. A distanza di 20 e passa anni, quei bambini sono degli adulti. Cresciuti in altre famiglie, condizionati dagli psicologi e dal distacco alla convinzione che quello che è accaduto sia stato vero, che comunque i genitori naturali non hanno saputo proteggerli. Che, vero o falso, indietro non si può tornare. Neanche a casa della mamma di Massa rimasta sola, la cui bambina, tirata in ballo dai racconti di un’altra bambina, non ha mai parlato di abusi, non ha mai accusato nessuno. Quella mamma di Massa non è neppure stata mai indagata. Ma sua figlia, altrettanto neppure, non l’ha mai più rivista. Il suo racconto è forse il più straziante tra quelli registrati nella serie “Veleno”, il podcast in sette puntate pubblicato sul sito web di Repubblica, curato dall’ex Iena Pablo Trincia e dai suoi collaboratori.

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Veleno è stato un amaro successo. E chi ha vissuto quella stagione da medioevo della ragione, oggi, ascoltando le parole di quella mamma, non può trattenere le lacrime.

Veleno ha riaperto la ferita che tutti sapevano mai chiusa. Finché vivrà ancora uno dei protagonisti di questa storiaccia che ha diviso e sconvolto la Bassa modenese, sarà impossibile. Nelle coscienze di quei protagonisti, ma non solo. Perché ancora oggi a Massa c’è chi ha paura a fare le coccole ad un figlio, ad accarezzare una nipote. L’ “errore” di Trincia è stato credere che questa ferita fosse stata trascurata, nella sua gravità.

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Non fu così. Il caso divenne un caso mediatico locale e nazionale, fin da quando la Gazzetta di Modena, prima di tutti gli altri, raccontò dei primi due arresti, padre e madre di quello che in Veleno viene definito il “bambino zero”, il primo a fare i racconti.

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Il merito vero di Trincia, oltre ad una grande determinazione investigativa, è quello di avere studiato la storia con gli occhi di un osservatore neutrale, venuto da fuori. Ne è scaturita una rinnovata serie di scoperte, di documentazioni, di interviste. Soprattutto la rinnovata speranza che questo lavoro spacchi il muro di gomma delle istituzioni, che finora ha resistito.

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Quelle che hanno sempre fatto i distinguo, puntualizzato, smentito. Cercato soprattutto di salvare in ogni modo possibile dalle loro responsabilità psicologi, medici, poliziotti, persino magistrati forse inidonei ad affrontare una vicenda del genere. Inidoneità certificata da altrettanti esperti cui Trincia ha sottoposto gli atti, le videocassette ritrovate, come quelle che ha scoperto nella soffitta di Odina Paltrinieri, testimone di quei tempi e deceduta qualche anno fa, indomabile combattente per la verità. I costruttori di quel muro di gomma senza responsabilità oggi sfuggono alle interviste. Trincia li ha lungamente tampinati, ricevendo dinieghi o risposte sfuggenti, contraddittorie, inquietanti. Della serie “Non so se quei fatti siano veramente accaduti…”.

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Il corporativismo, ora che anche il quotidiano Repubblica dedica due pagine alla vicenda, farà il resto. E anche se, a Reggio Emilia, la famiglia Morselli di Massa è riuscita ad avviare un procedimento civile di risarcimento danni, appena agli esordi. Anche se oggi c’è chi immagina riscosse, ammissioni, scuse istituzionali. Resterà un sogno. D’altra parte lo schema tipo della storia di Massa si è già ripetuto, anche altrove.

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Perché il medioevo, le paure ataviche, le irrisolte fantasie più negative, sono e restano la parte oscura del patrimonio genetico degli adulti. Dei pedofili veri, certamente. E di chi vede i pedofili dove non ci sono, ma miserie umane frammiste all’amore per i figli, ovvero il dono più grande che può arrivare da una vita. Quasi nessuno di coloro che presero le decisioni più sbagliate, allora, aveva dei figli.

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