Don Mario Rocchi e la Cdr un legame indimenticabile
di Saverio Cioce
Scoperta una lapide nel parco intitolato al sacerdote che nel dopoguerra fondò con don Elio Monari la struttura per i ragazzi abbandonati. Inglesi in prima fila
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Commozione? Tanta. E un affetto inesauribile con il fiume di ricordi che ha unito per una mattina un centinaio di persone attorno alla figura di don Mario Rocchi, il fondatore della Città dei Ragazzi scomparso nel 2014 all’età di 104 anni.
Per lui, che maturò nel 1944 l’idea della CdR con don Elio Monari, sacerdote trucidato dai nazifascisti, l’idea di una comunità dedicata ai ragazzi orfani di guerra fu un’utopia concreta a cui si dedicò sino agli ultimi giorni. E la lapide che ricorda l’opera del sacerdote, nel parco di via Buon Pastore che da ieri porta il suo nome, è la sintesi di una vita operosa, feconda di risultati in ogni campo.
Com’è stato ricordato nel convegno che si è tenuto dopo la cerimonia ufficiale, il talento dell’uomo d’azione e dell’organizzatore e il carisma del sacerdote finiscono per fondersi in un unico amalgama.
Non a casa ha voluto essere presente alla cerimonia anche la viceambasciatrice d’Inghilterra Wendy Wyer e Michael Nathanson, il figlio di uno dei militari inglesi che grazie a don Rocchi riuscì a raggiungere le linee alleate. Una presenza costante quella di padre e figlio alle manifestazioni in Italia quando don Rocchi era vivo. L’ex soldato di Sua Maestà fu in prima linea con campagne di stampa in Inghilterra per ricorda re e valorizzare la rete dei resistenti italiani che aiutò gli Alleati e contribuì in maniera decisiva a raccogliere i fondi necessari a costruire la Città dei Ragazzi. Una realizzazione che potè partire solo grazie all’aiuto finanziario e organizzativo di un industriale lombardo che aveva aperto una fabbrica in provincia e che stimava don Rocchi.
Non a caso tra le tante voci che hanno raccontato il personaggio, dal governatore Bonaccini al vescovo Castellucci, i ricordi personali hanno arricchito la quotidianità del personaggio facendola diventare storia minuta, impalpabile e non per questo meno importante. Mentre Matteo Al Kalak ne ha inquadrato la figura nel contesto storico in cui don Mario si trovò ad operare, anche grazie a un pregevole video, è toccato a Oreste Bergamini - collaboratore della prima ora - raccontare le fasi pionieristiche attorno agli anni ’50.
«All’epoca la CdR aveva pochi fabbricati e dei prati - ha raccontato - Io mi sono ritrovato a essere responsabile del calcio e del tennis tavolo, visto che avevamo ricevuto in regalo due racchette. E quando anni dopo, visti i risultati nei tornei ufficiali, proposi di acquistare un tavolo regolamentare, lui fece costruire un tavolo in legno nelle officine della Cidi. Lui stesso lo provò e sostenne che funzionava bene e che il rimbalzo delle palline era anche migliore dei tavoli comperati. Era fatto così, tutto azione e sentimento. Anche quando guidava non voleva nessuno davanti ma quando si trattava di muovere le cose, di apssare alla realizzazione pratica, era di poche parole e di decisioni meditate e immediate. Ad esempio un amico mi ha ricordato un episodio di cui fu protagonista, ormai quarant’anni fa. Una sua conoscente dei tempi della scuola lo aveva informato di una comunità di suore a cui dava un aiuto e che raccoglieva bambini poverissimi, cercando di avviarli a un lavoro, anche in agricoltura. Lui girò la richiesta di soccorso a don Rocchi che diede quello che aveva nel cassetto della sua scrivania e poi interessò il Pime che finanziò l’acquisto di alcuni terreni. Per questo da allora la scuola in India si chiama “Città dei Ragazzi”.
Per lui, che maturò nel 1944 l’idea della CdR con don Elio Monari, sacerdote trucidato dai nazifascisti, l’idea di una comunità dedicata ai ragazzi orfani di guerra fu un’utopia concreta a cui si dedicò sino agli ultimi giorni. E la lapide che ricorda l’opera del sacerdote, nel parco di via Buon Pastore che da ieri porta il suo nome, è la sintesi di una vita operosa, feconda di risultati in ogni campo.
Com’è stato ricordato nel convegno che si è tenuto dopo la cerimonia ufficiale, il talento dell’uomo d’azione e dell’organizzatore e il carisma del sacerdote finiscono per fondersi in un unico amalgama.
Non a casa ha voluto essere presente alla cerimonia anche la viceambasciatrice d’Inghilterra Wendy Wyer e Michael Nathanson, il figlio di uno dei militari inglesi che grazie a don Rocchi riuscì a raggiungere le linee alleate. Una presenza costante quella di padre e figlio alle manifestazioni in Italia quando don Rocchi era vivo. L’ex soldato di Sua Maestà fu in prima linea con campagne di stampa in Inghilterra per ricorda re e valorizzare la rete dei resistenti italiani che aiutò gli Alleati e contribuì in maniera decisiva a raccogliere i fondi necessari a costruire la Città dei Ragazzi. Una realizzazione che potè partire solo grazie all’aiuto finanziario e organizzativo di un industriale lombardo che aveva aperto una fabbrica in provincia e che stimava don Rocchi.
Non a caso tra le tante voci che hanno raccontato il personaggio, dal governatore Bonaccini al vescovo Castellucci, i ricordi personali hanno arricchito la quotidianità del personaggio facendola diventare storia minuta, impalpabile e non per questo meno importante. Mentre Matteo Al Kalak ne ha inquadrato la figura nel contesto storico in cui don Mario si trovò ad operare, anche grazie a un pregevole video, è toccato a Oreste Bergamini - collaboratore della prima ora - raccontare le fasi pionieristiche attorno agli anni ’50.
«All’epoca la CdR aveva pochi fabbricati e dei prati - ha raccontato - Io mi sono ritrovato a essere responsabile del calcio e del tennis tavolo, visto che avevamo ricevuto in regalo due racchette. E quando anni dopo, visti i risultati nei tornei ufficiali, proposi di acquistare un tavolo regolamentare, lui fece costruire un tavolo in legno nelle officine della Cidi. Lui stesso lo provò e sostenne che funzionava bene e che il rimbalzo delle palline era anche migliore dei tavoli comperati. Era fatto così, tutto azione e sentimento. Anche quando guidava non voleva nessuno davanti ma quando si trattava di muovere le cose, di apssare alla realizzazione pratica, era di poche parole e di decisioni meditate e immediate. Ad esempio un amico mi ha ricordato un episodio di cui fu protagonista, ormai quarant’anni fa. Una sua conoscente dei tempi della scuola lo aveva informato di una comunità di suore a cui dava un aiuto e che raccoglieva bambini poverissimi, cercando di avviarli a un lavoro, anche in agricoltura. Lui girò la richiesta di soccorso a don Rocchi che diede quello che aveva nel cassetto della sua scrivania e poi interessò il Pime che finanziò l’acquisto di alcuni terreni. Per questo da allora la scuola in India si chiama “Città dei Ragazzi”.
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