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Resuscitati gli Studi di settore

Resuscitati gli Studi di settore

Rinviata l’introduzione degli Indicatori sintetici di affidabilità: per quest’anno è tutto come prima

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Retromarcia del governo sugli Studi di settore: i nuovi indicatori che avrebbero dovuto sostituirli vengono rimandati all'anno 2018, ma non tutti i mali vengono per nuocere e ora vediamo perchè.

Inizialmente anche da queste pagine avevamo ricordato come dal periodo d'imposta 2017 avremmo gradualmente abbandonato gli Studi di settore per passare al meccanismo degli ISA, vale a dire i nuovi indicatori sintetici di affidabilità fiscale che sarebbero stati introdotti nel Modello Unico 2018 per l'anno 2017. Un meccanismo premiante che avrebbe anche dovuto stabilire un migliore rapporto tra Fisco e contribuente. Auspicabile e quantomai utile, in un periodo in cui l'incertezza, non solo normativa, regnava sovrana e una ventata di fiducia pareva aprirsi all'orizzonte, in primis nei rapporti con il Fisco.

Ora un emendamento alla Legge di bilancio richiede lo slittamento al 2018 dell'entrata in vigore degli indici sintetici di affidabilità che avrebbero dovuto sostituire i tanto odiati studi di settore.

Ma perchè tutti questi condizionali? Una breve cronistoria ci aiuterà a comprendere meglio. Va ricordato che il decreto fiscale collegato alla Stabilità 2017 (D.L. 193/2016) prevedeva che, a decorrere dal periodo d'imposta in corso al 31 dicembre prossimo, fossero introdotti gli Indicatori Sintetici di Affidabilità Fiscale. Questi furono poi disciplinati dall'articolo 9 bis del DL 50/2017 e oggetto di un provvedimento apposito dell'Agenzia delle Entrate del 22 settembre scorso. Tra l'altro sul sito dell’Agenzia delle Entrate, www.agenziaentrate.it, da settembre è possibile scaricare le bozze dei modelli riguardanti le imprese e professionisti. Tralasciamo a questo punto un approfondimento su questi modelli, per spostarci sul doveroso interrogativo del comune cittadino imprenditore? Cosa succede? Perché, dopo averci promesso di abbandonare Equitalia, ce l'hanno reintrodotta con altro nome? Perché, dopo averci promesso di eliminare gli Studi di settore, ce li lasciano ancora? Retromarcia completa. Cosa è capitato? Lo Stato Italiano, anzi il legislatore italiano si è rimangiato la parola? No, non è esattamente così. Troppo facile buttarla sempre su questi toni. Anche se tra una proroga, una legge, una modifica, un interpellanza parlamentare, l'anno 2017 non è brillato per chiarezza del sistema impositivo.

Piuttosto, esaminando tecnicamente le bozze e le stesse indicazioni dell'Agenzia delle Entrate, avremmo probabilmente avuto un periodo di grande incertezza e un'estate del 2018 di grande confusione interpretativa per commercialisti, consulenti tributari e aziende.

Tutto questo perchè i nuovi indicatori si sarebbero potuti applicare non a tutte le attività ma solo a settanta di esse tra commercio, servizi, manifatture e professionisti e con gradualità si sarebbero applicati in maniera più vasta negli anni successivi. Considerando che avere degli indicatori ISA positivi avrebbe portato meccanismi di premialità e vantaggi dal punto di vista degli adempimenti fiscali, il risultato sarebbe stato quello di avere una disparità di trattamento tra aziende per le quali era già stato previsto il nuovo metodo e aziende che invece dovevano vedersela con lo studio di settore. Un doppio binario avrebbe portato a degli squilibri sia interpretativi che di disparità fiscale con risvolti probabilmente anticostituzionali.

Meglio andare tutti con lo stesso mezzo, magari un po’ vecchiotto ma arrivare alla meta agognata tutti insieme e condividendo il medesimo scopo nel medesimo tempo. Forse ci terremo i vecchi Studi ancora per un anno, a meno di un nuovo cambio di rotta, ma almeno avremo la certezza di un Fisco senza favoriti.

Giorgio Guandalini

dottore commercialista

revisore contabile



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