Modena, falsi permessi a immigrati: tutto prescritto
Tutto era partito dalla denuncia per truffa di un immigrato “spennato” ed è finito con la scoperta di una gang dedita a falsificazioni in serie di documentazioni di lavoro per ottenere permessi di soggiorno. Ed è tutto finito in niente: otto anni dopo i fatti, ieri il giudice ha dovuto prescrivere la vicenda
MODENA. Tutto era partito dalla denuncia per truffa di un immigrato “spennato” ed è finito con la scoperta di una gang dedita a falsificazioni in serie di documentazioni di lavoro per ottenere permessi di soggiorno. Ed è tutto finito in niente: otto anni dopo i fatti, ieri il giudice ha dovuto prescrivere la vicenda che vedeva imputato Antonio De Pace, napoletano 57enne residente a Carpi, imputato per truffa e violazione della legge che regola i documenti per gli immigrati (286 del 2998), di un altro napoletano, residente a Modena, Domenico Di Palo, 61enne, e di altri tre stranieri presunti complici, già prescritti.
Tutto era partito dalla denuncia fatta da un marocchino residente a Campogalliano. Era il 2009, il famoso anno della “sanatoria immigrati”. Lo straniero irregolare aveva raccontato agli investigatori di essere stato truffato da una specie di organizzazione: gli avevano fotocopiato il passaporto e i documenti, gli avevano chiesto denaro in cambio dei documenti di soggiorno che però erano risultato falsi.
L’indagine della Squadra Mobile aveva allargato il tiro ed era arrivata a focalizzarsi su De Pace e Di Palo e tre loro presunti complici: un tunisino 29enne, un nigeriano 52enne e un pakistano 56enne residente a Carpi. Secondo la ricostruzione della Procura, sarebbero stati ben 22 gli immigrati che avrebbero pagato per ottenere documenti con dati falsi. Hanno sborsato cifre variabili da 2.500 a 4.000 euro a testa oltre a fornire la documentazione per i documenti che venivano in realtà creati artificialmente in base a dati falsi.
Il primo sistema individuato durante le indagini consisteva nel procurarsi nomi esistenti dall’elenco del telefono aggiungendo dati veri o falsi di residenza, codice fiscale e altro e costruirci attorno degli indirizzi mail che diventavano poi identità fittizie di immaginari datori di lavoro degli immigrati in cerca d “emersione” dalla irregolarità. Seguiva appunto la richiesta di emersione attraverso la sanatoria del governo e quindi la consegna di documenti al Ministero dell’Interno che poi tornavano indietro come permessi provvisori consegnati agli immigrati.
Il secondo sistema individuato dalla Procura riguardava invece la trasformazione di De Pace in un fittizio datore di lavoro di nome Massimo Lo Mistro (oppure in altro caso di Alberto Rossi). Nei panni di Lo Misto, secondo gli investigatori De Pace sarebbe andato da un notaio per ottenere una falsa attestazione che serviva a fare emergere altri lavoratori immigrati per regolarizzarli.
Tutti questi dati hanno portato al rinvio a giudizio. Ma la prescrizione, arrivata dopo otto inutili anni, impedirà di sapere se in questa storia ci sono colpevoli o innocenti.
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