Green Days/ Sara Bosi: «Che magia Villa Gandini e il profumo della sfoglia»
L’infanzia in campagna a Formigine, dove si giocava agli esploratori e il lavoro delle nonne in cucina. I libri, la prima grande passione
MODENA. Sara Bosi fa parte del collettivo XOmegaP, un laboratorio di scrittura creativa e collettiva, ed è co-autrice di romanzi fantasy (“I ribelli di Nuova Europa” è stato pubblicato qualche mese fa).
È nata alla fine degli anni Settanta «a Formigine – racconta - in una casa che si trovava nell’allora periferia del paese, quindi al di là delle nostre finestre era ancora “tutta campagna”. Ho avuto la fortuna di trascorrere l’infanzia fra quel luogo magico e meraviglioso che è a tutt’oggi il parco di Villa Gandini (avete mai visto i due ginkgo biloba fiammeggianti d'oro in autunno?) e una campagna placida e sicura in cui io e gli altri bambini potevamo scorrazzare in totale libertà giocando agli esploratori. Un piccolo torrente, qualche macchia di alberi, campi a perdita d’occhio che mutavano a ogni cambio di stagione (anche se non sempre i contadini apprezzavano le nostre scorribande), qualche cantiere di casa in costruzione o fienili abbandonati (ovviamente entrambi proibiti) erano terreni di gioco pieni di opportunità per le nostre avventure».
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«Fra i primi e più forti ricordi – continua Sara - conservo quello legato al profumo della sfoglia di cui entrambe le mie nonne, Tilde (Matilde) e Almerina erano maestre. Mi incantavo a guardarle mentre con gesti perfetti e sempre uguali formavano il vulcano di farina e vi rompevano dentro le uova senza che nessun rivolo di albume riuscisse a scappare. E poi l’impastare, che era una danza ipnotica di mani e gomiti e fianchi, fino alla pulizia finale del tagliere: era in tutto per tutto un rituale, che sapeva di cose antiche, sagge, un po' magiche».
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«La scuola elementare – ricorda - era a qualche centinaio di metri da casa, nella bella stagione ci si andava a piedi, tanto c’era il vigile Rossi che ci faceva attraversare l’unico incrocio trafficato. In inverno invece con i compagni di classe che abitavano vicino a me ci strizzavamo sui sedili posteriori della 500 della mamma di turno. La nostra maestra si chiamava Lina, e oltre a essere un'insegnante bravissima è stata quasi come una seconda mamma».
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«Le estati le passavo a Pavullo, dove i nonni materni si trasferivano per sfuggire al caldo della pianura, nell'aia di Casa Bellei proprio sul limitare di un castagneto e in Trentino, dove mia madre e le sue sorelle affittavano a luglio una casa in mezzo al bosco nei pressi del Lago di Molveno. Indelebili le serate passate a giocare a nascondino tutti insieme, zii, zie e cugini, quando il tramonto rendeva ancor più difficile il gioco e anche un po’ pauroso il bosco. C’erano anche i viaggi itineranti fai-da-te quando con papà, mamma, io e mia sorella partivamo nel cuore della notte con il baule pieno di valige e i cuscini del letto sui sedili posteriori perché noi piccole potessimo dormire. Ancora oggi quello itinerante e in autonomia è lo stile di viaggio che preferisco».
«E poi ci sono i libri, ovviamente – conclude - Il giorno in cui mia madre mi portò alla biblioteca comunale (al centro di Villa Gandini, se ci fosse bisogno di un altro motivo per adorare questo parco) per fare la mia prima tessera - al tempo erano ancora di cartoncino verde - ho ricevuto uno dei regali più belli di sempre. Perché l’amore per la lettura era già scritto nel mio DNA, ereditato dalla mamma e prima ancora da mio nonno».
Monica Tappa
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