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Modena. Sperpera patrimonio Il giudice ai figli: «Non posso far nulla»

di Carlo Gregori
Modena. Sperpera patrimonio Il giudice ai figli: «Non posso far nulla»

Disperato ricorso al tribunale dei familiari di un ottantenne «Serve amministratore di sostegno». Ma l’anziano è sano

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MODENA. Il giudice non può fermare un anziano che sperpera il suo patrimonio. L’unico strumento che gli consente la legge come misura di protezione per impedirgli di andare in rovina sarebbe l’amministratore di sostegno. Se però l’anziano con le mani bucate non è considerato affetto da una malattia psichiatrica, il tribunale non può farne nulla. Questo il nucleo di una sentenza emessa dal Tribunale civile di Modena su richiesta dei figli disperati di un ottantenne di Modena che ormai è ridotto “in bolletta”. Un caso sicuramente diffuso ma non previsto dalla legge. Il motivo è che il giudice non è un censore o un tutore della morale pubblica.

La sentenza, emessa alcuni giorni fa dalla Seconda Sezione Civile, respinge quindi la richiesta di nominare un amministratore di sostegno all’ottantenne che, come avevano spiegato i figli nel loro ricorso, «ha dissipato il proprio patrimonio vivendo al di sopra delle proprie possibilità spendendo in viaggi, serate e donne». A causa di questa vita da pascià, oggi l’anziano vive con una pensione da 400 euro al mese in un appartamento che gli ha dato un nipote in comodato.

La richiesta è sicuramente importante, ma il giudice sottolinea subito che, come «risulta pacifico»; il pensionato spendaccione «non è affetto da alcuna patologia psichiatrica, né è stato in cura psichiatrica». La richiesta dei figli, invece è stata fatta in base alla constatazione che è «fragile, debole e vittima dei vizi che la indicono a sperperare ingenti somme di denaro».

Ma il fatto che un anziano non malato di mente spenda e spanda in modo sconsiderato può legittimare un provvedimento limitativo delle sue capacità di agire come la nomina di un amministratore di sostegno? Il giudice ricorda che «secondo un’impostazione giuridica più moderna e condivisibile», la prodigalità presuppone per prima cosa una patologia mentale che espone la persona al rischio di un danno economico: la sola compromissione del patrimonio di famiglia non è sufficiente a giustificare una sua limitazione così grande come quella chiesta dai figli. La scelta di gettare via il denaro in futili piaceri è dovuta a una sua scelta consapevole e la sua autonomia non può essere compromessa, anche se poi risulterà compromessa la consistenza del patrimonio che era a sua disposizione. Insomma, ognuno può fare ciò che gli pare col suo denaro, anche sperperare tutto per fare la “bella vita”, se sano di mente, «secondo una prospettiva costituzionalmente orientata di protezione della dignità e libertà umana in tutte le due manifestazioni, anche in quella di sperpero». La legge, spiega il giudice, non può comprimere queste scelte a meno che non si viva sotto uno “Stato etico”. E siccome il giudice non è un controllore della morale, non può intervenire «per quanto l’esercizio di questa pretesa libertà economica sia eticamente e socialmente censurabile e vada censurata laddove induca allo sperpero e alla dilapidazione del patrimonio».
 

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