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Modena, Leone Magiera "Vivere di musica? Fu quasi una sfida insieme a Luciano Pavarotti"

di Gabriele Farina
Modena, Leone Magiera "Vivere di musica? Fu quasi una sfida insieme a Luciano Pavarotti"

I ricordi di scuola con Big Luciano, dai Salesiani La Modena della guerra e i recital nel mondo

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«Studiate di più o morirete di fame a fare musica». Leone Magiera sorride ricordando la frase rivolta, tempo fa, a lui e all’amico Luciano Pavarotti da un insegnante. La storia ha avuto un altro corso e il Maestro modenese la racconta con piacere alla sala Happen. Il luogo ha ospitato venerdì scorso il concerto finale della Masterclass per cantanti e pianisti seguita da Magiera. All’evento, organizzato dall’associazione Alef, il Maestro ha presentato un libro dedicato all’amico Luciano.

Maestro, com’è andata la Masterclass?

«Abbiamo avuto un numero di allievi fuori dal comune. Per tre giorni sono stati presenti undici cantanti e tre pianisti. Di solito ci sono sei, sette persone. Inoltre, c’è stata un’affluenza record di stranieri. A parte un italiano, erano tutti cinesi e giapponesi. D’altronde, in Oriente l’opera italiana è molto popolare».

E il libro su Pavarotti?

«L’ho scritto quando lui era vivo, chiedendogli il permesso per pubblicarlo. Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto. La seconda parte l’ho aggiunta dopo la sua morte. Racconta i nostri viaggi in tournee. Ero direttore della programmazione al Maggio Fiorentino, c’era anche Pavarotti. Quando annullarono tutte le recite per uno sciopero eravamo molto arrabbiati. Lui mi propose allora di fare trenta concerti all’anno e così abbiamo fatto, vivendo come marito e moglie (sorride). Stavamo nella stessa casa, a New York o altrove, mangiando solo cibo modenese».

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Qualche ricordo?

«Uno spettacolo a Pechino. La platea si era riversata sull’orchestra, mettendo in pericolo la tenuta della palizzata di recinzione. “Basta”, urlò Luciano. Ricordo quando volle vedere il teatro Amazonas di Manaus (in Brasile) e s’emozionò pensando a Fitzcarraldo, il film che parlava della costruzione di un teatro nella giungla amazzonica sull’ispirazione di un’esibizione di Caruso. Pavarotti volle provare la sua voce nel palcoscenico».

Quando ha capito che avrebbe dedicato la vita alla musica?

«Sia io sia Luciano siamo andati alla scuola dei salesiani in rua Frati. Luciano era molto appassionato di opera, io di pianoforte. Il direttore dell’istituto ci ha detto “Studiate di più o morirete di fame a fare musica”. “Ti faremo vedere”, fu la nostra risposta. Forse è stato il primo momento in cui ho deciso di andare avanti».

Andando avanti ha visitato tanti luoghi. Quale l’è piaciuto di più?

«La baia di Sydney con il teatro dell’Opera. Forse è il più bello al mondo».

E i teatri modenesi?

«So che l’ultima stagione al comunale Pavarotti è stata molto buona».

Che ricordi ha della Modena della sua giovinezza?

«Abitavo in Rua Muro e quel luogo ancora un po’ mi commuove. Ricordo i bombardamenti. Avrò avuto 7-8 anni e quelli sono ricordi indelebili. Ricordo i mitraglieri, che vedevo quando andavo a studiare pianoforte a piedi. Era pericoloso dappertutto, ma a Modena lo era di più».

Modena ha festeggiato i settant’anni della Medaglia d’oro. Un riconoscimento ancora valido?

«È un momento delicato, in cui ci sono ancora odi tra le fazioni, tra partigiani e fascisti o pseudo-fascisti. Nell’Italia di allora una fetta di popolazione civile s'è imboscata dopo l’8 settembre. La Medaglia d’oro è comunque meritata anche per il valore dimostrato in provincia».

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Torniamo alla musica. Il primo consiglio a un allievo?

«Fare Arte con l’A maiuscola. Spesso loro pensano solo alla voce, che non sarà mai l’alfa e l’omega del successo. Bisogna cercare invece di essere cantanti-attori, studiando la musicalità e interpretando il personaggio. La voce viene subito dopo. Anche brutte voci possono diventare grandi cantanti. Luciano non aveva solo la voce, ma era anche un grande artista lirico, amato da tutti i grandi direttori».

In quali opere si esprimeva al meglio?

«Un ballo in maschera, Bohème, Luisa Miller e Aida».

La lirica è cambiata?

«Sì. I cantanti devono piegarsi a direttori d’orchestra spesso dogmatici, che tendono un pochino a castrarli. Gli acuti lunghi non sono più di moda: anche Del Monaco e Corelli avrebbero problemi a cantare».

La lirica è attuale?

«È una passione particolare, che si ha dentro sin da bambini. È molto importante l’ascolto, più impegnativo di un altro genere. Mirella Freni, mia moglie per tanti anni, a nove andava in coda al loggione e stava 6-7 ore per vedere un’opera. Pavarotti faceva altrettanto. Serve pratica e passione. L’opera comunque sopravvive soprattutto all’estero».

Cosa prova a insegnare?

«Mi è sempre piaciuto. A 18-19 anni ho anche insegnato alle medie e non è facile. Mi piace trasmettere qualcosa che gli altri non sanno».

Qualche riconoscimento dei suoi allievi?

«Non ne fanno di grandi quando diventano celebri: tendono a dimenticare gli insegnanti, come facevo io da giovane. Forse Pavarotti mi è stato molto riconoscente, senza dirlo in modo aperto: aveva delicatezze che mi sembravano ringraziamenti».

Che consigli darebbe a se stesso da giovane prima del debutto?

«Forse rifarei tutto. Non è vero che non mi pento di niente, ma tornerei a fare il musicista».

A 12 anni la prima esibizione
Docente, talent scout, concertista, direttore d’orchestra

Non chiamatemi commendatore». Leone Magiera ottiene l’onorificenza il 27 ottobre 2000 dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. «È un titolo che ho rivalutato invecchiando, ma penso che la vera commenda sia una vita interessante». Una vita iniziata subito dopo la seconda guerra mondiale. È allora che il figlio dell’ingegnere Ubaldo (discendente di una famiglia di giuristi modenesi) e Anna Maria Gatti Grami (appartenente a una famiglia di grandi possidenti terrieri) si fa notare. Passa i 12 anni quando s’esibisce in concerto per la prima volta. Appena maggiorenne si diploma al conservatorio Arrigo Boito di Parma, crescendo alla scuola di Lino Rastelli, Giorgio Vidusso e Alberto Mozzati. Si diploma poi in canto, direzione di coro, composizione di coro, composizione e musica corale al conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna. A 25 anni è già docente nella scuola bolognese, dove insegna per 35 anni. Tra i suoi allievi Mirella Freni (sua prima moglie) e Luciano Pavarotti (di cui è amico d’infanzia). Con Big Luciano tiene la prima de La Bohème a Reggio, nel 1960, e dirige l’ultima esibizione di Pavarotti all’apertura delle Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Scopritore di talenti del calibro del soprano Carmela Remigio, si esibisce nei teatri e nelle sale di tutto il mondo. Come direttore d’orchestra, collabora con maestri del calibro di Claudio Abbado e Herbert von Karajan, con cui sviluppa numerose collaborazioni. <QM>(g.f.)
 

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