Modena, Paolo l’edicolante: la notte a Modena? Soltanto un ricordo
di Arianna De Micheli
Da decenni anima della rivendita di corso Duomo Un tempo era diverso, la vita non si fermava mai
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«Modena è una città chiusa. Da anni in ostaggio di piani regolatori votati allo spopolamento. Nelle ore notturne, che sia sera tarda o prima dell’alba, il centro è vuoto. Puoi giusto incontrare qualcuno che va al lavoro… I netturbini? Arrivano dopo le sei.
Io sono sempre stato nottambulo ma una volta era tutt’altro paio di maniche. Le strade risuonavano di vita, i cinema funzionavano a pieno regime. E non parlo certo di multisale. Capitava spesso che andassi al cinema anche due volte in ventiquattr’ore. Uscivamo nelle sere di martedì, giovedì, sabato e domenica. Ma se stavi con una ragazza… beh, non potevi che passare il tempo con lei.
In caso contrario la nostra meta prediletta era il caffè sulla Vignolese. Sì perché allora i caffè notturni funzionavano da veri e propri punti di ritrovo. Molto abitati, in periferia come in centro. Ne rammento un paio che andavano per la maggiore. In primis il Nuovo Fiore in Sant’Agostino. Era frequentato da motociclisti, cacciatori e prostitute che tornavano dal lavoro. Poi il Black Eagle, all’inizio di Carlo Sigonio, luogo d’incontro gettonato da soggetti particolari. Sì, insomma… gente un po’ borderline».
Paolo, all’anagrafe Gianpaolo, in centro storico lo conoscono tutti. Di cognome fa Cucconi ma a memoria d’orecchio, signor Cucconi, lo chiamano in pochi. Paolo e basta. La sua Modena di notte è un viaggio nel passato. Un racconto senza pietismi ma con un filo di nostalgia, la cronaca puntuale di una vitalità evaporata chissà dove. Ai suoi occhi la notte sotto la Ghirlandina ormai è tempo dimenticato, non vissuto. Consumato tra le mura di casa o in un altrove non meglio identificato. Tempo, assai di rado, condiviso con la città.
Paolo si alza verso le quattro del mattino. Sette giorni su sette. In sella alla sua bicicletta attraversa Piazza Grande per poi sbucare in corso Duomo, giusto qualche istante in anticipo rispetto al corriere che consegna i giornali.
«Alle 7.30, minuto più minuto meno, dopo aver allungato i quotidiani ai bar della zona riprendo la via di casa. Ma nel giro di un paio di ore sono di nuovo in edicola». A dare man forte a Paola, sua moglie dal 1977. «Mia moglie sin da giovanissima ha sudato sette camicie. Doveva prendersi cura di tutti i suoi fratelli. Non esiste giorno in cui non abbia lavorato. Dalla fine degli anni Novanta gestiamo insieme l’edicola in Corso Duomo».
Anima e cuore dello storico chiosco di proprietà della famiglia Panini che, chiusi i battenti lo scorso maggio, sarà sostituito da una targa ad imperitura memoria, i coniugi Cucconi si sono trasferiti qualche metro più in là, all’angolo con via Emilia. Proprio di fronte al Bar Pavarotti.
«Negli ultimi anni diverse edicole del centro storico hanno cessato l’attività. Dal canto mio sono molto stanco. A sessantotto anni non si dovrebbe più fare questo mestiere». Un sessantottino di sessantotto anni che, nonostante inizi a sentire il peso di una vita vissuta quando ancora la maggior parte dei comuni mortali tra le braccia di Morfeo, non sembra intenzionato a mollare l’osso. Sarà perché conserva quello spirito contestatore - negli anni d’oro del dissenso Paolo fu fedele milite ai vertici del movimento studentesco - che neppure il disincanto può zittire.
«Dove sono tutti? Non c’è più gente. Pochi di giorno, figuriamoci di notte. Le famiglie della piccola-media borghesia hanno abbandonato il centro. Ora qui abitano persone che di fatto non vivono la realtà cittadina, gente molto benestante che non si fa mai vedere e si rifugia dietro cancelli che nascondono enormi giardini. Per carità, anche quando ero giovane si usava andare a Bologna, città senza dubbio più vivace di Modena. Soprattutto dal tramonto all’alba. Oppure… sì… ricordo le corse nella notte fino a Rimini. Chilometri macinati sull’autostrada, allora era a due corsie, con una vecchia Alfa. E solo per andare a mangiare il pesce e tornare alle quattro del mattino. La maggior parte dei miei amici manco toccava il letto, subito al lavoro. Io, il più giovane della compagnia, ero più fortunato. Studiavo».
Un burbero di animo buono e generoso. Che nella sua agenda nera, che custodisce rintanata sotto pile di giornali, conserva la foto di una mamma bellissima. «Non assomigliava ad una diva del cinema?» dice affettuosamente pieno di ammirazione. Paolo l’edicolante. Che risveglia la sua città con il calore del ricordo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Io sono sempre stato nottambulo ma una volta era tutt’altro paio di maniche. Le strade risuonavano di vita, i cinema funzionavano a pieno regime. E non parlo certo di multisale. Capitava spesso che andassi al cinema anche due volte in ventiquattr’ore. Uscivamo nelle sere di martedì, giovedì, sabato e domenica. Ma se stavi con una ragazza… beh, non potevi che passare il tempo con lei.
In caso contrario la nostra meta prediletta era il caffè sulla Vignolese. Sì perché allora i caffè notturni funzionavano da veri e propri punti di ritrovo. Molto abitati, in periferia come in centro. Ne rammento un paio che andavano per la maggiore. In primis il Nuovo Fiore in Sant’Agostino. Era frequentato da motociclisti, cacciatori e prostitute che tornavano dal lavoro. Poi il Black Eagle, all’inizio di Carlo Sigonio, luogo d’incontro gettonato da soggetti particolari. Sì, insomma… gente un po’ borderline».
Paolo, all’anagrafe Gianpaolo, in centro storico lo conoscono tutti. Di cognome fa Cucconi ma a memoria d’orecchio, signor Cucconi, lo chiamano in pochi. Paolo e basta. La sua Modena di notte è un viaggio nel passato. Un racconto senza pietismi ma con un filo di nostalgia, la cronaca puntuale di una vitalità evaporata chissà dove. Ai suoi occhi la notte sotto la Ghirlandina ormai è tempo dimenticato, non vissuto. Consumato tra le mura di casa o in un altrove non meglio identificato. Tempo, assai di rado, condiviso con la città.
Paolo si alza verso le quattro del mattino. Sette giorni su sette. In sella alla sua bicicletta attraversa Piazza Grande per poi sbucare in corso Duomo, giusto qualche istante in anticipo rispetto al corriere che consegna i giornali.
«Alle 7.30, minuto più minuto meno, dopo aver allungato i quotidiani ai bar della zona riprendo la via di casa. Ma nel giro di un paio di ore sono di nuovo in edicola». A dare man forte a Paola, sua moglie dal 1977. «Mia moglie sin da giovanissima ha sudato sette camicie. Doveva prendersi cura di tutti i suoi fratelli. Non esiste giorno in cui non abbia lavorato. Dalla fine degli anni Novanta gestiamo insieme l’edicola in Corso Duomo».
Anima e cuore dello storico chiosco di proprietà della famiglia Panini che, chiusi i battenti lo scorso maggio, sarà sostituito da una targa ad imperitura memoria, i coniugi Cucconi si sono trasferiti qualche metro più in là, all’angolo con via Emilia. Proprio di fronte al Bar Pavarotti.
«Negli ultimi anni diverse edicole del centro storico hanno cessato l’attività. Dal canto mio sono molto stanco. A sessantotto anni non si dovrebbe più fare questo mestiere». Un sessantottino di sessantotto anni che, nonostante inizi a sentire il peso di una vita vissuta quando ancora la maggior parte dei comuni mortali tra le braccia di Morfeo, non sembra intenzionato a mollare l’osso. Sarà perché conserva quello spirito contestatore - negli anni d’oro del dissenso Paolo fu fedele milite ai vertici del movimento studentesco - che neppure il disincanto può zittire.
«Dove sono tutti? Non c’è più gente. Pochi di giorno, figuriamoci di notte. Le famiglie della piccola-media borghesia hanno abbandonato il centro. Ora qui abitano persone che di fatto non vivono la realtà cittadina, gente molto benestante che non si fa mai vedere e si rifugia dietro cancelli che nascondono enormi giardini. Per carità, anche quando ero giovane si usava andare a Bologna, città senza dubbio più vivace di Modena. Soprattutto dal tramonto all’alba. Oppure… sì… ricordo le corse nella notte fino a Rimini. Chilometri macinati sull’autostrada, allora era a due corsie, con una vecchia Alfa. E solo per andare a mangiare il pesce e tornare alle quattro del mattino. La maggior parte dei miei amici manco toccava il letto, subito al lavoro. Io, il più giovane della compagnia, ero più fortunato. Studiavo».
Un burbero di animo buono e generoso. Che nella sua agenda nera, che custodisce rintanata sotto pile di giornali, conserva la foto di una mamma bellissima. «Non assomigliava ad una diva del cinema?» dice affettuosamente pieno di ammirazione. Paolo l’edicolante. Che risveglia la sua città con il calore del ricordo.
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