Popolare 1893, la fronda convoca i soci insoddisfatti
San Felice. Discutono stipendi di dirigenti e consiglieri e l’assenza di dividendi «Ci ritroviamo il 18 gennaio per pretendere chiarezza e valutare responsabilità»
SAN FELICE. Giovedì 18 gennaio alle ore 20.30 presso la Sala Ariston di Camposanto ci metteranno la faccia, dopo alcuni anni di fronda a volte equivoca, che ha perlopiù serpeggiato sottobanco, nutrendosi di malcontenti di vario spessore e di varia natura.
Malcontenti comunque accomunati dalla persistente mancanza di dividendi e dalle preoccupazioni sul futuro dell’istituto bancario ultracentenario che porta il nome di San Felice.
Una serata pubblica, convocata all’insegna di un piano che si annuncia nobile e ambizioso: far aprire alla massima trasparenza le porte dei conti di San Felice 1893 Banca Popolare, e decidere se organizzare una lista capace di insediare qualche garante nel cda della banca. Soprattutto, decidere se esistano gli estremi per qualche azione di responsabilità, alla caccia di eventuali colpevoli di quelle insoddisfazioni.
Ad organizzare l’iniziativa Davide Baraldi, sanfeliciano già parte attiva di un gruppo ristretto di soci che ha costituito con due soci amici una delle due associazioni con cui la Banca ha più volte cercato il dialogo, ma senza che scoppiasse una pace duratura. A scatenare l’iniziativa i recenti improvvisi cambiamenti al vertice dell’istituto bancario, a partire dalla sostituzione del presidente, l’avvocato d’affari Grana, con l’ex generale Zanini, anche lui mirandolese. Fino a pochi mesi fa numero due della Guardia di Finanza italiana, che ha accettato la proposta di governare la banca dove lavora da qualche tempo anche la moglie. Grana è rimasto nella stanza dei bottoni, ma con una posizione defilata, mentre altri consiglieri sono usciti, così come alcune figure dal ruolo più tecnico. Una sorpresa che la fronda attribuisce a fattori, controlli ed impulsi esterni. Fatto sta che Baraldi ha presto raccolto nuovi simpatizzanti. E oggi si annunciano una cinquantina, di varia provenienza, estrazione sociale ed interessi sul campo, quelli che hanno aderito all’iniziativa del 18 .
Da un lato bellicosi, ad esempio per alcune operazioni che hanno visto coinvolta in qualche modo la banca o i suoi consiglieri, o per le remunerazioni considerate elevate dei dirigenti. Dall’altro lato dichiaratamente intenzionati a conservare la “continuità aziendale dell’istituto” (oggi si parla di una semestrale con crediti problematici e perdite per 10 milioni di euro) per non comprometterne la storia, così come i loro interessi di soci. Intendono vagliare l’ipotesi di azioni di responsabilità, proporre una lista per la prossima assemblea, tagliare i costi. Invertendo la rotta degli aumenti di stipendi e i vari bonus ai dirigenti, sopprimendo in prospettiva la figura di un vice direttore, bloccando l’aumento dei costi fissi sui clienti e chiudendo i rami improduttivi. La Banca ha sempre risposto dichiarando aperte le proprie porte, ma la fronda stavolta vuole entrare nella stanza dei bottoni. Con quale consistenza lo diranno i nomi, la loro autorevolezza, gli interessi e soprattutto i numeri che si misureranno sul campo.
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